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30 anni di It – Perché mi ha terrorizzato per anni ed è uno dei miei libri preferiti

Ho visto It in tv all’età di 6 anni, a casa della signora che si occupava di me nel dopo scuola. Voglio precisare, Maria era una persona attenta, equilibrata e io le ero molto affezionata. Però i suoi figli erano giovani e volevano vedere It che era appena uscito e probabilmente non pensavano che mi avrebbe impressionato così tanto.

Copertina di It di Stephen KingSta di fatto che sono tornata a casa bianca come un lenzuolo, ammutolita per il terrore e ho dormito per giorni nel lettone dei miei. Senza contare il panico di dover entrare nella doccia.

Sono rimasta traumatizzata per ANNI, It ha fatto parte dei miei incubi fino all’età adulta sotto diverse forme, anche perché da gran genio quale sono ho deciso di rivederlo a 13 anni con la mia amica Jessica. L’epilogo ve lo lascio immaginare.

Sta di fatto che volente o nolente quel cattivone di It è entrato a fare parte del nostro immaginario e oggi Stephen King ci ricorda che il libro festeggia 30 anni.

Ora, al di là del fatto che il film, anzi, la miniserie fosse abbastanza terribile e il libro sia diventato uno dei miei libri preferiti, le due versioni condividevano un fattore che lo rendeva davvero terrorizzante: il mostro era visibile solo ai bambini.

I genitori e tutta la città vengono manipolati da It, il cui scopo è far scorpacciata di bambini. In tutto questo i bambini protagonisti non riescono ad avvertire nessuno o farsi aiutare.

Di fatto è l’incomunicabilità che fa paura, più del mostro. C’è qualcosa che può far più paura a un bambino di essere in pericolo e non poter chiedere aiuto? O di chiedere aiuto e non essere ascoltato? Per di più una buona parte delle vicende dei bambini si svolge in contesti domestici o comunque conosciuti, quindi grandi brividi quando era ora di lavarsi i denti e ti tornava in mente la scena di Bev e del lavandino.

It è un gran romanzo per tanti motivi, ad esempio i personaggi e il mondo estremamente dettagliato e credibile, ma il meccanismo narrativo più efficace è quello che fa leva su paure sepolte profondamente dentro di noi, paure che variano di forma ma non di sostanza, un po’ come It.

Insomma, lo vuoi un palloncino?

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La trama lucente: di cosa parliamo quando parliamo di creatività

Come primo post di questa categoria, che ho chiamato “Strumenti di lavoro”, parlare di “La trama lucente” mi sembra di buon augurio.
La trama lucente: creatività La trama lucente di Annamaria Testa ha come sottotitolo “Che cos’è la creatività, perché ci appartiene, come funziona”. Ambizioso, eh?
Eppure l’autrice prova a fare ordine tra quel caos di personaggi, esperimenti, discipline, teorie e pratiche che riguardano, studiano e cercano di definire la creatività. L’intento, dice l’autrice in un’intervista, è di “restituire rispetto e stupore a una parola, creatività, spesso impiegata per definire tutt’altro.”
Spiegare la complessità di questo libro e dell’argomento di cui tratta in poche righe? Impossibile, quindi ho scelto di raccontarvi cosa mi è tornato utile.

Cos’è la creatività

La definizione che viene data di creatività è la prima cosa che mi è piaciuta perché  sgombra il campo da una serie di fraintendimenti comuni.

“Creatività è qualcosa di nuovo, che produce qualcosa di buono per una comunità”

Insomma Nuovo e Utile, come il sito di Annamaria Testa, dedicato appunto alla creatività.

Tipo, se ho una buona idea sono creativo. Eh no, cari miei, non basta avere l’idea del secolo: la creatività sta nel realizzarla e nel comunicarla quell’idea lì. E non basta, deve rivelarsi utile, cioè deve esserci una comunità che ne riconosce il valore.

Tanto per fare strage di geGni incompresi, categoria che mi fa venire la scabbia.

La creatività ha bisogno di competenze

Altro pregiudizio comune: la creatività può nascere dal niente. Ad esempio io faccio il panettiere e una mattina presto mentre sto impastando il pane l’illuminazione: ho avuto l’idea di costruire un motore che va a materia oscura!
Non so niente di fisica, di motori, di buchi neri (c’entrano con la materia oscura? Non so, non ricordo, che importa!) ma ho avuto un’idea fighissima e quindi sono creativo.
Vi sembra assurdo? Eppure capita spesso, nella scrittura è proprio una convinzione radicata che, massì, basta mettersi lì e scrivere.
“La trama lucente” vi spiega bene perché non funziona così: serve terreno fertile per far nascere un’intuizione, servono competenze, serve materiale per poter far nascere quella scintilla che dà vita a un’idea davvero creativa.

Maschi e femmine, giovani e vecchi

Un altro capitolo importante è quello dedicato agli stereotipi. Ad esempio c’è chi crede che le donne siano meno creative degli uomini, perché insomma nella Storia gli artisti sono prevalentemente maschi, gli scrittori pure, gli scienziati anche. Ecco, qui trovate una serie di studi che mostrano che non è vero che le femmine sono in assoluto meno creative. Della serie che quando incontrate il wannabe-pirla che sostiene che non ci sono eccellenze femminili in matematica sapete cosa rispondergli. E potete esaudire il suo desiderio: da wannabe-pirla a pirla e basta.

E si parla anche di giovani e vecchi. I vecchi sono più o meno creativi dei giovani? Dipende dai campi, ma sì, si può essere creativi a qualsiasi età.

Ci ho messo due mesi, tante temperate di matita e parecchi post-it prima di finire questo libro, perché pur essendo scritto con uno stile agevole e leggero, è densissimo di contenuti e collegamenti: il libro stesso è una Trama Lucente. Mi è servito a scoprire cose nuove (ad esempio la profezia che si autoavvera) e a mettere in relazione cose che sapevo già.

Sono 400 pagine che cambieranno la vostra percezione della creatività e secondo me anche un po’ di voi stessi.

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Il titolo del blog – Immersi nelle storie perché

Il titolo del blog lo devo ad un libro. Il titolo originale è The Art of Immersion (W.W. Norton, 2011), tradotto in italiano in Immersi nelle storie (Codice edizioni, 2013). Mi è piaciuto tanto il libro quanto il titolo italiano e l’ho adottato per il mio blog perché porta con sé almeno tre significati.

Immersi nelle storieIl primo, ed è quello più attinente ai propositi del libro, si riferisce alla tendenza di creare storie sempre più immersive, anche grazie ai nuovi media.
Nel prologo Frank Rose, autore del libro, ci dice che:

Sotto l’influenza di internet sta emergendo un nuovo tipo di narrazione che avviene su più piattaforme e in maniera non sequenziale: una narrazione partecipativa, spesso simile a un gioco ed estremamente immersiva. Internet è un “mezzo profondo”: le sue storie non sono solo coinvolgenti, ma catturano l’utente-spettatore più a lungo della classica mezz’ora di una serie televisiva, delle due ore di un film o dei trenta secondi di uno spot pubblicitario. Questo nuovo modo di raccontare storie sta trasformando sia il mondo dello spettacolo, cioè le storie che ci vengono offerte per intrattenerci, sia quello della pubblicità (i “venditori di storie” che parlano dei loro prodotti) e dell’autobiografia (le storie che raccontiamo su noi stessi).
Le conseguenze sono evidenti a tutti.
[…]
le storie sono simulazioni della vita reale. Ci aiutano a creare un microcosmo, una realtà alternativa, un mondo che vorremmo fosse reale o che magari ci fa paura. Dopodiché ci immergiamo totalmente in questa nuova realtà. È stato sempre così. Ma la nostra capacità di assecondare questi impulsi aumenta con l’emergere di ogni nuovo mezzo tecnologico, e con questo sale anche la posta in palio.

Il secondo significato è che siamo effettivamente circondati da storie, ovunque, sempre, tutti: pubblicità, gossip, talent show, fumetti, libri, social network. Insomma “vengono fuori dalle fottute pareti”.

Il terzo è lo scopo di questo blog: immergersi sempre più a fondo nelle storie, cercarle, raccontarle, smontarle, studiarle nel loro habitat, esattamente come farebbe uno scienziato che studia un organismo vivente.