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Westworld ti mostra quello che sei davvero – ossia perché Westworld funziona?

Immaginate un mondo popolato di androidi, che sembrano umani: ne hanno l’aspetto, l’atteggiamento, il gesti, l’odore, il calore e soprattutto le emozioni. Ma non lo sono. In questo mondo potete agire come volete e trattare questi “pupazzi” come vi pare, senza pietà o compassione o etica. Tanto sono solo bambole, giocattoli. Nessuno vi dirà niente, anzi, vi incoraggeranno a farlo perché siete a Westworld e a Westworld tutto è concesso. È il motivo per cui pagate, tanto.

Certo l’ambientazione in tema Far West aiuta a lasciarsi andare alle peggio bestialità. O ai gesti più nobili.

Perché Westworld funziona?

Io di motivi ne ho trovati tre.

I livelli di esperienza e di lettura

I Visitatori possono vivere Westworld in molti modi e a molti livelli diversi. Si può semplicemente andare a Westworld per stuprare, uccidere, torturare, bere senza porsi limiti.

Ci si può lasciar catturare dalle mille trame che si dipartono da Sweetwater, il punto di partenza della maggior parte dei visitatori. Ci sono trame più o meno complesse: sta a voi, Visitatori, conoscerle e scegliere quanto allontanarvi da Sweetwater e andare in profondità.

C’è poi un ultimo livello, quello a cui tenta di accedere uno dei personaggi più affascinanti della serie. Si tratta di andare all’altro capo della matassa, di corrompere il sistema per trovare la fonte e l’inizio di tutto. Insomma, di percorrere tutto il labirinto fino alla fine per capire cos’è Westworld.

Ed è su più livelli che gli spettatori possono guardare la serie: una semplice storia di avventura, tra androidi e Far West.

Oppure un discorso sull’anima, sull’etica, sul futuro.

Al fondo c’è la domanda delle domande: ma noi che tipo di Visitatori saremmo? Cosa ci direbbe Westworld di noi? E soprattutto la risposta ci piacerebbe?

Empatia, sì. Ma per chi?

E così arriviamo al secondo motivo: da spettatori è impossibile non provare empatia per la povera Dolores, una della Attrazioni più vecchie di Westworld, che viene maltrattata e torturata in talmente tanti modi che se non fosse che poi i suoi ricordi vengono cancellati c’è da chiedersi come non sia impazzita (Anthony, il macramè no?).

E guardiamo con un certo disgusto i Visitatori che vanno lì solo per sfogare i loro istinti più bestiali.

Eppure. Eppure Dolores è una macchina che anche a salvarla una volta resettata non si ricorderà di noi e i Visitatori sono esseri umani, con una famiglia, dei sentimenti. Se gli spari, muoiono senza poter essere riparati.

Chi siamo davvero?

E qui arriviamo alla terza questione: d’accordo, siamo personcine per bene, nella realtà, nel nostro mondo, non ammazzeremmo mai nessuno, non stupreremmo mai nessuno, non tortureremmo mai nessuno. Se non altro per paura di essere scoperti.

Ma se potessimo essere quello che vogliamo, senza limiti, senza imposizioni sociali, senza paura di essere puniti?

Uno dei personaggi più interessanti dice:

I used to think this place was all about pandering to your baser instincts. Now I understand It doesn’t cater to your lower self, it reveals your deepest self; it shows you who you really are.

La questione etica del chi siamo, cosa siamo e perché lo siamo è vecchia come il mondo. Eppure le storie che ci pongono questa domanda, se raccontate bene, continuano a intrigarci.

Forse perché non sappiamo dare una risposta.

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Chuck e Billy: due casi in cui i consumatori hanno preso il potere grazie al Web

Ebbene sì, il pubblico ha vinto, o almeno ci sono segnali che mostrano che laggente ha capito come usare i meccanismi del marketing e il web per farsi sentire.

Come? Vi racconto due casi: uno del 2009 americano e uno di oggi, tutto italiano.

Il primo è la storia di Chuck, serie della NBC: racconta di Chuck Bartowski, un nerd che, cito da Wikipedia:

riceve da un vecchio amico, un agente della CIA, una e-mail criptata che scarica inconsciamente nel suo cervello tutti i segreti del supercomputer neurale Intersect, costruito da CIA e NSA come database centralizzato.

La serie è molto nerd e molto divertente, ma in America si ritrova a dover competere in prima serata con programmi tipo Ballando con le stelle e House M.D. Insomma nel giro di tre stagioni la NBC minaccia di volerla cancellare per via dei bassi ascolti.

Eppure la Nielsen IAG, Inc. che misura l’efficacia del product placement, delle pubblicità e del coinvolgimento degli spettatori in TV e su internet dice che programmi come Lost o Heroes che pure facevano minori ascolti di American Idol avevano spettatori molto più coinvolti, e ciò presumibilmente si rifletteva anche sulla pubblicità.

Sta di fatto che Chuck conferma questa teoria: agli inizi del 2009 la rete televisiva minaccia di chiudere Chuck e allora “il popolo della Rete”, come ama chiamarlo certa stampa, si mobilita.

E si mobilita in molti modi: sui forum, facendo diventare Chuck un trend di Twitter. Ma la cosa più interessante è questa: il giorno in cui va in onda l’ultima puntata dell’ultima stagione i fan di Chuck vanno da Subway, principale sponsor della serie, a comprare un panino, il footlong, che era stato più volte pubblicizzato durante la serie, lasciando nella casella dei suggerimenti di Subway un biglietto in cui si chiedeva di non lasciar morire la serie.

Il messaggio arrivò forte e chiaro a chi doveva decidere la sorti di Chuck. Che sopravvisse, almeno per un po’.

E questo mi porta a un’altra storia, tanto perché non si dica che queste cose capitano solo in America: la storia è quella di Modus Legendi, un’iniziativa nata dal gruppo Facebook Billy, il vizio di leggere. Il gruppo punta a raccogliere e rendere i lettori più consapevoli, un po’ come chi sceglie di mangiare bene, sano e ragionato. Appunto, è un gruppo di lettori che scelgono.

E hanno deciso anche loro di dare un segnale forte e chiaro anche all’esterno del gruppo con un’iniziativa che punta a far arrivare in classifica, e quindi sotto gli occhi di tutti, un libro che loro ritengono meritevole. Come? Andando a comprare tutti insieme, in massa, e nella stessa settimana lo stesso titolo, un titolo che hanno deciso tramite un sondaggio.

Nel titolo ho messo la parola “consumatori” non a caso. Avrei potuto usare la parola pubblico, o lettori e spettatori, ma la cosa che mi colpisce è la consapevolezza che i fan di Chuck e i membri di Billy hanno del loro ruolo: quello di consumatori, e consumatori consapevoli, cioè di quelli che sanno di avere i soldi nel portafoglio (e quindi di decidere loro) e sanno come sfruttare a loro vantaggio i meccanismi di produzione e di marketing.

In questo il web ha avuto un ruolo fondamentale. Ha permesso ai fan di Chuck di trovarsi e coordinarsi (leggetevi la storia per intero in Immersi nelle storie (Codice edizioni, 2013), ma permesso di fare lo stesso ai membri di Billy che non solo hanno reso più consapevoli i lettori di cosa offre il panorama letterario, ma anche dei meccanismi che regolano le classifiche che compaiono sui giornali (ad esempio se comprate su Amazon il vostro acquisto non conta ai fini della classifica).

Per Chuck, a parte recuperare la serie (sì, c’è solo in inglese), potete fare poco perché è finita con la quinta stagione.

Però potete fare parte del cambiamento generato da Modus Legendi votando il libro che più v’ispira e poi acquistando dal 12 al 18 febbraio, in tutte le librerie fisiche d’Italia. Neve, cane, piede di Claudio Morandini. L’anno scorso ce l’hanno fatta portando in classifica Il posto di Annie Ernaux (L’Orma, 2014).

Quest’anno, chissà.

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Voglio trovare un senso a questa storia: perché vediamo storie ovunque

Nel 1944 in Massachusetts Fritz Heider e Marianne Simmel, due psicologi, sottopongono una trentina di studenti dello Smith College a un esperimento che, prima di andare avanti, propongo anche a voi.
Guardate il video e raccontatemi cosa vedete. Cosa succede?

 

Avete fatto? Bene, scommetto che in qualche modo ci avete visto dei personaggi, con una personalità, magari una storia, delle intenzioni. Personaggi che interagiscono, fanno cose che generano conseguenze e reazioni: insomma quasi tutti ci avete visto una storia.
Nell’esperimento del 1944 solo una persona ha risposto una cosa tipo ‘Sono forme geometriche che si muovono casualmente sulla schermo’.

E in un certo senso aveva ragione.
Sono effettivamente forme geometriche che si muovono sullo schermo in maniera più o meno casuale. Eppure tutti gli altri ci hanno visto una storia, anzi, tante storie, molto diverse tra loro.
Funzionava nel 1944 come oggi: guardate i commenti a questo post su Facebook.

 

E quindi siamo tutti un po’ matti? Visionari? Ci dobbiamo far vedere da uno bravo?

Ma no, ci spiega Psychology Today, siamo semplicemente esseri umani, e gli umani hanno un vero e proprio istinto per il raccontare storie. Cerchiamo un senso sempre e ovunque, un ordine, un perché.

Le storie ci permettono di farlo: ci aiutano a capire gli altri, noi stessi e a trasmettere questa comprensione attraverso il tempo e lo spazio. Ci consentono di fare previsioni, di mettere ordine nel mondo che ci circonda, e di modificare il nostro comportamento in base alle intenzioni e alle motivazioni altrui. (Che poi è un altro aspetto della simulazione, in fondo)

Vi pare poco?

Mi scrivete nei commenti che cosa avete visto nel video?