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Immaginate una giornata d’inverno: siete tutti imbacuccati in giacconi, sciarpe, scarpe di pelo di mammuth. Avete borse della spesa appese alle mani, alle braccia, al collo tipo San Bernardo. Fa freddo, talmente freddo che sperate che l’ascensore sia al piano terra così da potervici tuffare sopra, fare i millemila piani per arrivare al portone di casa e chiudervi dentro fino a primavera.
Sperate invano. L’ascensore è disperso tra i piani e voi dovete aspettare. E mentre aspettate il vostro occhio cade sulla bacheca degli avvisi e trovate questo.

Cartello dell'amministratore di condominio
“Preghiamo i signori condomini che nel momento in cui procedono alla pulizia delle proprie cantine private di non abbandonare nelle parti comuni condominiali (corridoio) il materiale di risulta. Si ringrazia per l’attenzione.”
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“Preghiamo i signori condomini che nel momento in cui procedono alla pulizia delle proprie cantine private di non abbandonare nelle parti comuni condominiali (corridoio) il materiale di risulta. Si ringrazia per l’attenzione.”

Voi quanto ci avete messo a capire cosa voleva dire questo cartello?
Io ho dovuto rileggerlo due volte.
E fra una lettura e l’altra mi sono chiesta perché questa sintassi ingarbugliata (e scorretta!), questo linguaggio astruso, e questo tono inutilmente ampolloso e pedante.

Per dire cosa, poi? Di non mollare immondizia nei corridoi delle cantine.

Il perché di questo tono è molto semplice:
chi scrive così pensa di risultare più autorevole, anzi, più autoritario e formale.
Se faccio frasi lunghe (ben 27 parole senza una virgola), uso paroloni (il materiale di risulta) e dico che siamo “noi” (misteriosissimi) o non “io”, povero amministratore di condominio, a pregare di, allora ecco che la gente capisce che chi impartisce l’ordine mica scherza, che è “studiato”, che se non fate i bravi vi picchia col vocabolario.

È tipico del linguaggio burocratico e amministrativo, e in Italia fa grossi grossisimi danni.

Però chi scrive in burocratese/amministrativo questo messaggio dimentica che “comunicare” significa mettere in comune.

E chi scrive deve fare lo sforzo di andare a prendere il proprio destinatario su un sentiero accidentato, su cui lui magari si è fermato, rendendogli il viaggio più semplice possibile.
Tradotto: sei tu che devi farti capire e non io che devo lottare per capire cosa caspita vuoi dirmi.
Questo messaggio dice “guarda come sono importante” e invece dovrebbe dire “guarda: questa cosa è importante per te”.

E comunque un cartello così mi fa venire voglia di mollare le borse della spesa davanti all’ascensore, scendere in cantina, murarmici viva.
Ma non prima di aver lasciato il materiale di risulta (?) dei corridoi mie proprie cantine private.

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