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Creatività

Tutti siamo creativi: 5 miti da sfatare sulla creatività

Ho chiesto su Facebook (sul mio profilo e sulla mia pagina) cos’è la creatività. Ho ricevuto un po’ di commenti, tutti molto interessanti.

Ci sono mestieri creativi e mestieri che non lo sono.

Scrittore, attore, pittore sì. Medico, avvocato, impiegato no. C’è la tendenza a essere molto selettivi (e castranti) su quali sono i mestieri creativi e quali no.
Eppure se teniamo per buona la definizione di Annamaria Testa per cui la creatività è qualcosa di nuovo, che produce qualcosa di buono per una comunità e, per questo, ci riempie di meraviglia e gratitudine” tutti siamo potenzialmente creativi, sempre. E di conseguenza qualsiasi mestiere può essere creativo. Certo dipende dalle condizioni in cui facciamo il nostro lavoro (quanta libertà ci viene data) e quanta voglia abbiamo noi di sperimentare nuove soluzioni. È più creativo un impiegato che trova il modo di smaltire il doppio della pratiche in metà tempo piuttosto che uno scrittore che scrive il solito giallo in cui il colpevole è il maggiordomo.

La creatività non deve avere paletti di nessun tipo.

Un’altra convinzione radicata è che la creatività non debba avere limiti e paletti: nella mia esperienza questa convinzione produce solo risultati astrusi e spesso ben poco originali. La creatività dà i suoi risultati migliori quando deve stare dentro limiti ben predefiniti, insomma ostacoli e limiti aguzzano la creatività, perché la creatività nasce proprio dall’esigenza dell’uomo di adattarsi a situazioni nuove.
Inoltre, non so voi, ma niente mi sembra più difficile di iniziare da un foglio bianco: qualsiasi possibilità e quindi nessun appiglio.

La creatività non ha bisogno di riconoscimento.

Per me non esiste creatività senza un pubblico che ne possa (voglia) usufruire. La creatività deve essere comunicata: senza destinatario non c’è creatività.
Non è necessario che il pubblico sia vastissimo, che ci sia un riconoscimento planetario. Una persona può anche inventare un modo per sistemare i sacchetti della spesa in casa propria: se gli altri familiari ne usufruiranno senza spargere sacchetti ovunque e perdere tempo a trovare quello della dimensione giusta, ecco, questa è già un’idea creativa. Serve a poche persone ma serve e migliora la loro vita, anche se solo un pochino.
È inutile dirsi che i celeberrimi Tizio e Caio sono stati ignorati in vita e scoperti postumi: è una scusa per non confrontarsi col mondo là fuori. Anche perché in genere Tizio e Caio son poi morti poveri, soli, e infelici.
Magari anche no.

La creatività non ha bisogno di competenze e di influenze (altrimenti non è originale).

Mi è capitato di leggere il commento agghiacciante di una scrittrice che diceva di non leggere perché altrimenti ne sarebbe stata influenzata. Ora, pensavo che chi ha questo tipo di convinzioni avesse almeno il buon senso di non esprimerle in pubblico, ma niente.
Come si può pensare di essere “originali” se non sai cosa fanno gli altri?
Ma soprattutto quando mai uno scienziato ha scoperto qualcosa sapendo niente di quel campo o di campi affini?
Tutti abbiamo bisogno di un terreno fertile su cui far fiorire la nostra creatività, e gli altri sono un ottimo “concime”: cosa possiamo prendere da loro? Cosa invece ci sembra che non funzioni? E se ha funzionato, perché ha funzionato? Posso farlo anch’io, ma meglio?

Sei creativo o non lo sei.

Eccolo qui, il pregiudizio che fa il paio con quello relativo al talento. O ce l’hai o non ce l’hai, la creatività, come una malattia cronica.
Io penso invece che essere creativi sia un atteggiamento mentale unito a una buona dose di allenamento e ad una forte motivazione interna. Non si nasce creativi: anzi, sì, si nasce creativi, ma sono convinzioni come queste a spegnere la nostra natura creativa. Questo insieme ai pochi stimoli (effettivi o percepiti).
Farsi domande, vedere le cose da una prospettiva diversa, mettersi nei panni altrui, leggere, guardare, mettere insieme cose che non c’entrano niente, mettere da parte i pregiudizi, non pensare “che questo non si può fare” solo perché gli altri non lo fanno, essere curiosi, sempre, cercare di migliorare la propria vita e quella degli altri, fare cose che ci rendono fieri, felici, positivi, speranzosi. Queste sono le cose che ci rendono creativi: non c’è nessuna formula magica, nessuna predisposizione naturale, nessun gene della creatività che può sostituire tutto questo.
Sono atteggiamenti che vanno allenati con l’esercizio.
Tutto qui.

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Creatività

Tutti abbiamo un talento: 5 cose che credi (di sapere) sul talento e invece no

Talento: un concetto tanto misterioso quanto sfuggente. Tipo gli alieni. Tutti ne parlano, nessuno riesce a definirlo per bene, molti lo usano come scusa per sminuire gli altri o per sminuire se stessi.

A me piace però farmi delle domande e far dare le risposte a gente competente che su queste cose misteriose ha deciso di metterci le mani e sporcarsele studiando e sperimentando.

Così ho deciso di sfatare cinque luoghi comuni relativi al talento, con l’aiuto di gente che ne sa più di me.

 

Il talento: c’è chi ce l’ha e chi no

C’è questa convinzione che il talento sia una roba scesa dal cielo tipo Spirito Santo o possessione demoniaca. Adesso proviamo a giustificarci con la genetica, ma poco cambia. C’è a chi tocca e a chi no.

Però prima di tutto mi sembra utile provare a capire cos’è, sto benedetto talento. La definizione di Barry Kaufman, docente di psicologia alla New York University che del talento ne ha fatto un argomento cardine dei suoi studi, lo definisce come: “un insieme di caratteristiche individuali che accelerano l’acquisizione di competenze in una data sfera di attività”.

Dice anche che sì, la genetica può darti lì per lì un vantaggio, ma poi entrano in gioco tanti fattori e che, insomma, la predisposizione (genetica, ambientale, demoniaca) conta solo in minima percentuale.

Chi ha il talento non ha bisogno di studiare o di allenarsi

Proprio per niente. L’allenamento, le competenze e la pratica costante permettono di trasformare il talento in qualcosa che dà frutti, frutti visibili, anzi, raccoglibili. Il resto sono chiacchiere. Genio&Sregolatezza un corno, insomma.

Io non ho nessun talento

Se teniamo per buona la definizione di Barry Kaufman, penso che tutti possano avere quell’insieme di caratteristiche che. Laddove ne manca una poi, può soccorrerci un’altra capacità.

Quello che manca semmai è la capacità di individuare qual è il nostro talento e/o la voglia di lavorarci sopra e/o la passione che ci motiva. Quindi tutti potenzialmente abbiamo talento, ma poi bisogna lavorarci sopra. Tanto.

 

Ma quello che so fare non è mica un talento. Lo sanno fare tutti!

Pensavo fosse solo un’attitudine mia e invece scopro che è abbastanza comune: le persone fanno fatica a individuare in cosa sono bravi, perché di base quando siamo o diventiamo bravi in qualcosa tendiamo a considerarla una cosa naturale, istintiva. Il classico “Ma lo sanno fare tutti” oppure “ma è facilissimo”.

È facilissimo perché sai come farlo (no, Grazie e Graziella lasciatele stare), ma basta osservare la fatica con cui un neonato afferra una cosa e se la porta alla bocca per capire che non c’è davvero niente di scontato.

Comunque qui ci sono un paio di consigli per mettere a fuoco i propri talenti, tipo: scriverli su dei foglietti, e poi vedere se ci sono delle relazioni, se ci sono dei collegamenti tra le cose che sapete fare.

Mentre lo fate seguite il consiglio Jon Acuff: “Screw Humilty!”, che tradotto significa “Affangu’ l’umiltà!”

 

Il talento è tale solo se fai grandi cose

Ecco, questa è una delle convinzioni più dannose di sempre, perché è paralizzante.

Mio padre quand’ero piccola mi diceva sempre: “Ci sarà sempre qualcuno più bravo di te.” Che lì per lì sembra una cosa super scoraggiante da dire, ma a pensarci da adulta no. E per vari motivi.

Intanto, è davvero così importante essere i migliori in assoluto? Magari là fuori qualcuno non ha bisogno del miglior produttore di zucche del mondo, ma del produttore di zucche più vicino, più gentile e che sappia consigliare come cucinare una buona vellutata di zucca. Insomma sono abbastanza convinta che là fuori ci sia spazio anche per talenti piccini. E lo dice anche la strategia Oceano Blu.

Poi chi decide chi è il migliore? Ok, ci sono campi e discipline in cui esistono campionati mondiali, ma sappiamo che anche laddove ci sono dei risultati misurabili e indiscutibili si misura una performance, quella singola prova. Non l’individuo. E nemmeno il talento. Se poi consideriamo questo esperimento a tema musicale ci rendiamo conto che il concetto di talento crea un sacco di pregiudizi.  

C’è chi fa meglio di noi? Ottimo, così possiamo sbagliare in pace. Immaginate per un attimo di essere i migliori in assoluto in qualcosa: avreste il coraggio di provare e sbagliare, se correste il rischio di cadere giù dalla cima del podio? Ecco, questo sì che è paralizzante.

Adesso ditemi voi: in cosa siete bravi?

[Per scrivere questo articolo ho attinto a piene mani da Nuovo e utile, che di talento parla spesso e lo fa citando un sacco di fonti interessanti.]

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Storie

Perché le storie sono fatte così?

 

Sapete come sono fatte le storie? Vi sembrerà una domanda bizzarra e la risposta istintiva potrebbe essere “Be’, ogni storia è fatta a modo suo”.
Eppure c’è chi le storie le ha studiate per capire cosa avessero in comune. A qualcuno non suonerà completamente nuovo lo schema di Propp o Il viaggio dell’eroe di Vogler. Entrambi questi signori, in tempi diversi e modi diversi, hanno cercato di trovare dei tasselli comuni che ci permettessero di capire come sono fatte le storie.
Ed è esattamente di questo che ci parla John Yorke in Into the woods (in italiano Viaggio nel bosco narrativo). Il sottotitolo è appunto “How stories work and why we tell them”, come funzionano le storie e perché.
Nel libro Yorke ci spiega diversi schemi (tre atti, cinque atti, otto atti) in cui sono state suddivise le storie.
Yorke mette a confronto diversi modelli ma poi alla fine il succo è uno: si parte, ci si inoltra nel bosco (oscuro, spaventoso, sconosciuto), e si torna cambiati.
Tesi, antitesi e sintesi.

Ma la domanda interessante è: perché le storie sono fatte così, proprio così?
Di risposte Yorke ne raccoglie diverse. Una riguarda il fatto che la sopravvivenza di un individuo dipende dalla sua capacità di adattarsi, di cambiare in base agli ostacoli che incontra.
E quindi le storie raccontano esattamente di questo, di gente che cambia, se non vuole uscire di scena malamente. Il tutto facendo leva sulla nostra capacità di empatizzare con il protagonista.
Insomma qui si parla di imparare: il protagonista impara qualcosa di prezioso, noi con lui, e questo ci trasforma in qualcosa di nuovo (tesi, antitesi, sintesi. Vedi?).

Un’altra risposta è che questo schema, questo archetipo ci permette di immagazzinare informazioni in maniera ordinata e tirarle fuori dal nostro cervello quando servono. Della serie: prova a trovare i calzini rossi se hai buttato tutto alla rinfusa nel cassetto!

Le altre teorie sono altrettanto interessanti ma ve le lascio scoprire da soli.

Yorke chiude però dicendo che c’è una risposta che mette d’accordo tutte le altre: cioè che raccontare storie ci aiuta a fare ordine nella nostra realtà, che altrimenti ci sembrerebbe solo un enorme pauroso caos senza senso.

Con le storie a guidarci, il bosco non fa più tanta paura.

 

 

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Creatività

Li avete già abbandonati i propositi dell’anno nuovo? Provate con “piccole spinte”.

Un po’ di tempo fa mi sono imbattuta in questo meraviglioso TED di Amy Cuddy.

Amy Cuddy è professoressa ad Harvard dove studia “come il linguaggio del corpo influisce su come ci sentiamo e su come ci comportiamo con gli altri”.
Nel suo libro Il potere emotivo dei gesti espande il discorso del TED e spiega come col linguaggio del corpo possiamo “fingere fino a diventarlo”. Se assumiamo determinate posizioni diventiamo più potenti e quindi più presenti, dove per presenti si intende meno ansiosi, più connessi con noi stessi e col momento che stiamo vivendo.

Se siamo più presenti riusciamo a tirare fuori tutto quello che sappiamo, lo facciamo al meglio, senza farci tagliare le gambe dall’ansia e dalla paura. Insomma possiamo vivere la nostra vita pienamente.

Alla fine del libro Amy Cuddy dedica un capitolo ai “self-nudge”. Che se avete fatto una lista di propositi per il 2018 dovete conoscere.
Il concetto di nudge è stato tirato fuori da un gruppo di economisti e psicologi che affermano (e dimostrano) che per spingere le persone ad adottare comportamenti più salutari non bisogna indurli a cambiare in maniera drastica la loro vita, ma usare delle piccole spinte, appunto “nudge”.
Amy Cuddy che si occupa di cambiamento personale ci spiega come usare queste piccole spinte per realizzare i nostri buoni propositi senza scoraggiarci.
Intanto ci spiega perché i buoni propositi di inizio anno vengono per la maggior parte disattesi:

Sono troppo ambiziosi e difficili da realizzare.

A una verrebbe da pensare che grandi obiettivi = grandi risultati. E invece no, perché “presuppongono che abbiano avuto successo centinaia di modifiche più modeste, e non sono accompagnati di istruzioni che ci mostrino come procedere grado per grado.”
Quindi forse bisogna concentrarsi sulle modifiche modeste, prima che sul grande risultato.

I risultati sono troppo distanti.

Entro fine anno perdo 10 chili.
Quest’anno leggo 100 libri.
Vado a correre tutte le mattine e mi preparo per la maratona.
Tutti obiettivi ambiziosi ma distanti e intangibili. Il fatto che siano poco concreti, che non riusciamo a visualizzarli ci rende più facile mollare alle prime difficoltà. E questo minerà la nostra fiducia in noi stessi dandoci sempre più motivi per mollare.

Sono orientati al risultato e non al processo.

I buoni propositi “troppo spesso incombono su di noi come minacce, non ci fanno sentire incoraggiati.” Concentrarci sul processo ci permette di procedere a piccoli passi, ma soprattutto di goderci le piccole conquiste. Inoltre ci permette di vedere gli errori non come fallimenti epici, che mettono fine al nostro progetto, ma come occasioni per migliorare e soprattutto riprovare.

Pongono l’accento sul negativo anziché sugli aspetti positivi, validi e costruttivi.

Ad inizio anno ci si propone di fare più sport (pigro!), mangiare meno (grasso!), usare meno Facebook (drogato!).
Diciamo la verità: quello che non sappiamo fare, i risultati che non abbiamo raggiunto magari ci ossessionano ma ce li dimenticheremmo con gioia, potendo. La motivazione è fondamentale per raggiungere un obiettivo e quindi meglio concentrarsi su quello che possiamo fare invece che su quello che non dovremmo fare.

Spesso si basano su motivazioni estrinseche.

Spesso quello che non dovremmo fare o migliorare di noi si basa su motivazioni estrinseche.
Devo dimagrire perché se no sono brutta / smetto di fumare perché è me lo dicono gli altri / lavoro di più perché guadagno di più: sono tutti propositi la cui motivazione non è davvero legata a quello che ci piace fare.
L’autrice ci dice quindi di adoperare piccoli aggiustamenti: innanzitutto i piccoli aggiustamenti mettono l’accento sul processo e non sul risultato. Il che è molto più gratificante (oggi ho fatto mezz’ora di passeggiata / oggi ho fumato cinque sigarette invece che dieci / oggi ho dedicato 20 minuti alla lettura).

L’autrice racconta come ha applicato i self-nudge a se stessa.
Ogni anno si riprometteva di diventare una runner. Le prime fasi erano faticose e l’obiettivo distante: non voleva “diventare una runner” ma esserlo già.
Risultato? Nel giro di poche settimane il suo proposito era già stato abbandonato. Le motivazioni erano poche, fragili e distanti.
Così l’autrice ha usato un approccio diverso: avrebbe corso una volta sola e se le fosse piaciuto, l’avrebbe rifatto. A suo ritmo, con i suoi tempi, senza spaccarsi le gambe (vi suona familiare eh!)
Però ha fatto di più: siccome viaggia molto per lavoro, Amy Cuddy ha messo insieme le due cose. I viaggi di lavoro non le permettevano di vedere molto dei posti che visitava, così correre diventava un espediente per cogliere l’attimo.
Risultato? Ha continuato a correre.
Diventerà un’atleta olimpica? Certo che no, ma ha mantenuto il suo buon proposito, e questo è una cosa di cui andar fieri.

Quali sono “le piccole spinte” che intendi darti per diventare la persona che vuoi?

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Social Cose e Internet

Recensioni false: non sono etiche, non sono economiche e non sono una scorciatoia

Qualche tempo fa uno scrittore mi contattò perché affiancassi l’ufficio stampa della sua casa editrice nella promozione del suo nuovo romanzo. Gli serviva qualcuno che lo aiutasse a promuoversi su internet e io che ho una certa esperienza in fatto di libri ho accettato.
Chiedo all’autore il libro, lo leggo, scrivo all’autore per discutere un po’ su come muoverci. Mi dice di mandargli tutto per email.
Dopo l’email mi telefona e mi dice che no, in realtà voleva che andassi in giro per la Rete a parlare del suo libro e a fargli recensioni, ovviamente anonime.
Ho gentilmente declinato dicendo che non era lavoro per me.

Lì per lì mi sono pure offesa: ma come? Studio come una scimmia per rimanere aggiornata su tutti i sussulti dell’algoritmo di Facebook, leggo 365 articoli al giorno + 120 manuali + 72 corsi su qualsiasi cosa che abbia a che fare con marketing, social network, comunicazione e affini. Sperimento, provo, spendo tempo ed energie per imparare e mettermi alla prova e poi mi si chiede di fare recensioni false?
Sbollita l’arrabbiatura mi sono però chiesta se l’autore in questione non avesse semplicemente realizzato che fare recensioni false non solo non era corretto ma non sarebbe servito proprio a niente. Così come non serve a niente acquistare ‘mi piace’ o follower o indirizzi email.

Forse avrei dovuto spiegarglielo indipendente poi dal fatto che volesse essere mio cliente o meno.
Lo faccio ora.

Non è facile: è molto più complicato di quello che sembra.

Andare in giro a fare recensioni false può sembrare semplice. Vai su IBS o su amazon, scrivi “Oddio oddio, questo libro mi ha cambiato la vita” e scappi.
Forse una volta avrebbe funzionato ma oggi gli utenti sono più sgamati. Se vedono una recensione anonima, e magari c’è solo quella, non si fidano. Se fai un profilo falso, gli utenti controlleranno se hai scritto altre recensioni. Se usi il tuo profilo ci mettono sei secondi a rintracciarti e a capire che la recensione è tutt’altro che onesta.

Non è veloce: ci vuole tempo e pazienza per non essere beccati.

Per fare le cose bene, ma bene bene, dovresti crearti una serie di profili falsi, con altrettante email false, cambiare IP tutte le volte. I profili dovrebbero essere un minimo credibili: quindi foto, bio, un po’ di dati giusto perché non sembri che l’hai creato ieri.
Capite che ci vuole tempo? Non sarebbe meglio spendere tempo a promuoversi bene?

Non è sicuro: il rischio di essere sgamati è altissimo.

Se per disgrazia qualcuno riesce a risalire a voi, e credetemi non è raro e non è difficile, sono cavoli amari. Perdi completamente credibilità. Tu in quel settore ci vuoi lavorare? Ecco, magari è meglio non far sentire nessuno preso in giro.

Non servono: perché una recensione funzioni deve avere autorevolezza.

Quali sono le recensioni a cui date credito? O sono di amici e quindi vi fidate perché li conoscete; oppure sono autorevoli, cioè si sono dimostrati esperti di un settore. E questa esperienza gli è stata riconosciuta anche da altre persone, autorevoli a loro volta.
Quando una recensione non è fatta da amici o da persone autorevoli siamo più diffidenti. Dei commenti non ci fidiamo per niente, e dei commenti di gente sconosciuta ci fidiamo poco. A meno che siano tanti, ma tanti tanti. (Oh, ma 100 persone che parlano bene di quel ristorante saranno mica tutte sceme e senza papille gustative!).
Quindi fare commenti e recensioni così, a casaccio, è perfettamente inutile.
Giusto un utente molto ma molto distratto potrebbe fidarsi così alla cieca e buttare via soldi e tempo dietro a un’opinione di un perfetto sconosciuto, col rischio poi che sia un’opinione interessata.

Non è corretto: il tuo pubblico deve potersi fidare di te.

Sembra scontato dirlo ma oggi le bugie si pagano carissime. Cosa pensereste del fruttivendolo che vi dice che quella zucca lì è buonissima, italiana, fresca fresca, e poi quando la aprite scoprite che è marcia? Che è un cialtrone. E se aveste la possibilità di dirlo a tutti i suoi clienti per evitare che accada di nuovo? Ecco, quella possibilità è internet.
Non si prende in giro il proprio pubblico. E una recensione falsa è esattamente quello, una presa in giro. Rispettate le persone a cui chiedete soldi e attenzione.

Pensate a come vi sentireste se aveste acquistato qualcosa solo perché avete dato retta a una recensione falsa.
Non vi sentireste truffati?

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Cose personali Social Cose e Internet

Perché non ci sono foto di mia figlia su Facebook

Io la questione foto, bambini & social me la sono posta molto prima di rimanere incinta, addirittura prima di pensare di avere figli.

Questo tema torna di grande attualità proprio ora che Fedez e Chiara Ferragni hanno annunciato di essere in dolce attesa e hanno pubblicato l’ecografia su internet.

È giusto/utile/necessario pubblicare le foto dei propri figli su internet?

Mi sono fatta diverse domande sulla questione. Ho cercato di rispondermi da sola.

Le foto di mia figlia interessano a qualcuno?

Da utente posso dirvi che sì, mi fa piacere vedere le foto dei figli delle persone che seguo, soprattutto se fanno parte della mia cerchia di amici e parenti. I figli sono una parte importantissima della loro vita. Poi spesso si tende a fotografarli quando sono sorridenti oppure intenti a fare cose belle e interessanti, quindi una botta di felicità.

L’ho già detto e lo ribadisco: alla fine sui social ci stiamo per (farci) raccontare cose straordinariamente quotidiane.

Però. Però settecentocinquanta foto tutte identiche di tuo figlio che sorride, mangia, mette in bocca un piede anche no. Per te sono straordinarie perché è tuo figlio, e ogni momento è prezioso, e i “mi piace” e i <3 fanno tanto piacere, però o mi racconti qualcosa che abbia un senso oppure semplicemente diventi noioso.

Siamo sicuri? E i nostri figli?

C’è poi un aspetto molto importante che è la sicurezza.

Poche balle, quando pubblichiamo la foto di un minore qualche rischio lo si corre. Leggo su questo articolo che cita una ricerca della «Australia’s New Children’s Safety», l’organismo australiano che ha il compito di monitorare la sicurezza dei minori online.

Dallo studio delle foto sequestrate nell’ambito delle ricerche di polizia contro la pedofilia sul web, si è riscontrato che nel 50% dei casi si tratta di milioni di immagini di bambini che svolgono le normali attività nel quotidiano come nuotare, fare sport e simili. Foto pubblicate, nella maggior parte dei casi dai propri stessi genitori.

Aggiungiamo che spesso diamo indicazioni anche abbastanza precise di dove abitiamo, dove siamo, cosa facciamo, ecc.

Mia figlia ne sarà felice? Adesso? Fra dieci anni?

Parlo poi da madre (e da figlia): io e Andrea abbiamo deciso di comune accordo di non pubblicare foto di Viola perché Viola è nostra figlia, sì, ma non è una nostra proprietà.

È una creaturina dipendente da noi, che ha bisogno delle nostre attenzioni, del nostro affetto, del nostro sostegno, ma questo non ci dà il diritto di esporla gratuitamente senza il suo consenso. Perché Viola diventerà grande e potrebbe non gradire. C’è anche chi ha denunciato i propri genitori per aver pubblicato le proprie foto su Facebook.

Quindi abbiamo deciso che tendenzialmente no. E siamo stati parecchi insistenti anche con nonni, zii e amici su questo punto.

Questo non significa che se facciamo una foto di famiglia in un contesto pubblico allora scatta la denuncia per chiunque brandisca una macchina fotografica.
Però c’è differenza tra questo tipo di foto e l’esposizione costante e insistente di un minore che spesso non ha voce in capitolo.

Ricordatevi che “ma tanto lo cancello” in Rete non funziona: in Rete difficilmente qualcosa va perso, tutto è facilmente replicabile e soprattutto non avete MAI il controllo completo di chi vede ciò che pubblicate.

Niente critike!11!1

Quando sono rimasta incinta sono cominciati a piovere commenti e giudizi su cosa dovevo fare e non fare. Io stessa ero partita con tutta una serie di preconcetti che poi ho dovuto smontare (cosa che costa sempre una certa fatica), quindi lungi da me giudicare le scelte degli altri genitori, però credo che ogni scelta vada fatta con consapevolezza. La consapevolezza passa attraverso l’informazione e facendosi tutte le domande del caso.

Quindi sicuri sicuri che sia proprio utile e necessario pubblicare la foto dei vostri pargoli mentre fanno il bagnetto?

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Social Cose e Internet

Sui social l’autenticità paga: guarda Gianni Morandi

Io non so se l’ho già detto, (sì che l’ho detto, un paio di post fa) ma le persone amano stare su internet perché possono raccontarsi, e perché a loro volta possono sentirsi raccontare storie dalle persone che hanno deciso di seguire.
A differenza della narrativa, dove c’è il “C’era una volta” a indicarci che stiamo per ascoltare una storia di finzione, sui Social ci aspettiamo che le persone e le aziende si raccontino per quello che sono, insomma che il racconto sia il più possibile autentico.
Pensate a Gianni Morandi e alle sue fotografie quotidiane che lo ritraggono mentre fa cose piuttosto banali.
Ci emoziona e ci coinvolge il fatto che un VIP sbucci fagioli come facciamo noi nelle nostre cucine.

Ricordate anche “lo scandalo” quando si scoprì che qualcuno gli dava una mano a gestire i suoi canali: era uscita una foto su Instagram nella cui didascalia in cui c’era scritto “mettila verso le 13 o 14”.

Questo fattaccio fece sì che molti lo percepissero come meno autentico, anche se a me sembrava abbastanza ovvio che non facesse tutto da solo.
Tuttavia Gianni rimane nei cuori e nei feed di 2,5 milioni di persone.
Perché? Perché fa esattamente quello che dovrebbe fare chiunque voglia promuoversi sui social network e in Rete: essere autentici, esporsi, sporcarsi le mani.
Capite che quando leggo post come quello di Franco Forte in cui alcuni suoi conoscenti gli consigliano di “‘incaricare qualcuno, possibilmente anonimo’ di occuparsi di queste cose, facendo promozione indiretta (e quindi a loro avviso più efficace), consentendomi di mantenere un certo ‘distacco’ dal ‘popolino che segue i social’” mi si gela il sangue.
Non pensiate che sia un pensiero poco diffuso perché una delle resistenze maggiori che incontro quando faccio consulenze è proprio quella di esporsi in prima persona.
Eppure se ci fate caso anche i grandi brand spesso rincorrono l’Effetto Genuinità: mostrando le cucine dove si prepara il ragù, o chi lavora la pasta all’uovo che troviamo nei supermercati, o la fattoria dove si allevano le mucche che fanno il latte del formaggio tanto buono e tanto sano.
Che in TV ti fa un po’ dire “sì sì, vabbè”, mentre sui Social volendo la narrazione può sembrare più autentica, anche quando è studiata a tavolino. Tu racconti i fatti tuoi come io racconto i fatti miei. E tutte le nostre storie finiscono nello stesso calderone.
Certo bisogna essere molto convinti del proprio prodotto per raccontarsi in maniera autentica, bisogna saper tirare fuori i contenuti, i propri punti forti attraverso le storie che emozionano le persone.
Capite quindi che l’idea di “incaricare qualcuno di promuoverti anonimamente per mantenere un certo distacco” non solo non funziona, ma non ha proprio senso.
Avete bisogno, al massimo, di persone che quella distanza ti aiutino ad annullarla.

Taccio poi sul discorso recensioni false e anonime. Anzi, ne parlo poi.

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Social Cose e Internet

PostPickr: riproporre i contenuti d’archivio

Qualche mese fa ho scoperto PostPickr grazie a Silvia Lanfranchi. È uno strumento che ti permette di gestire i tuoi social: puoi programmare i post su profili e pagine, ma anche su eventi di Facebook; hai un bel calendario su cui vedere tutta la tua programmazione, ma soprattutto puoi impostare le rubriche. Insomma rispetto agli altri che ho provato mi è sembrato più raffinato (e meno costoso, diciamocelo.)

Fonti, rubriche e smart feed sono secondo me il punto forte di PostPickr. Ti permettono di raccogliere e programmare contenuti che provengono da altre piattaforme, ad esempio pagine facebook, blog, ma anche Pinterest, Pocket, ecc.

Come li ho sfruttati?
Ad esempio, la pagina dei Nuovi Editori Indipendenti pubblica le novità di Intermezzi, Las Vegas edizioni, Miraggi e Neo, insomma funziona un po’ da aggregatore. Per automatizzare la pubblicazione dei post di Las Vegas edizioni, senza doverli condividere manualmente ogni volta, ho programmato PostPickr in modo che pubblichi gli aggiornamenti della pagina Facebook di Las Vegas edizioni su quella dei Nuovi Editori Indipendenti, tutti i giorni, alle 14, con il testo “Oggi da Las Vegas edizioni”. La pagina di Las Vegas edizioni risulta taggata.

Per la pagina di Andrea, invece, ho impostato un rubrica che ripropone i post sulla scrittura ogni giovedì. Ho importato i post dal blog di Andrea, scegliendo solo quelli dalla categoria Sulla scrittura. PostPickr infatti permette anche di scegliere i post di una sola categoria

Quest’ultimo impiego secondo me è molto utile perché permette di riproporre ciclicamente i post già pubblicati, ripescando quelli più vecchi. Tenete conto che la maggior parte dei lettori vi raggiunge tramite i vostri canali social, e che la visibilità di questi link è limitata, quindi ha senso riproporre contenuti a chi magari la prima volta non li ha letti.
Nel caso dei post sulla scrittura di Andrea aveva particolarmente senso ripubblicarli perché sono sempre interessanti, e valgono ora come tra sei mesi.

Insomma i buoni contenuti non scadono e PostPickr è un valido alleato per automatizzarne la riproposta e inserirli nel nostro calendario editoriale.

 

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Storie

Guardami di Jennifer Egan ha raccontato i social network prima dei social network

[et_pb_section admin_label=”section”] [et_pb_row admin_label=”row”] [et_pb_column type=”4_4″][et_pb_text admin_label=”Text”] Quest’estate mi sono riletta Guardami di Jennifer Egan, forse la mia scrittrice preferita. Mi piace come scrive (una scrittura netta, furiosa, vivida), mi piacciono le sue storie, amo i suoi personaggi, sempre straordinari e mai macchiette. Ma questo post non è per farvi sentire in colpa di non aver ancora letto Jennifer Egan (Ora vi sentite un po’ in colpa? No? Male!). Quello che mi aveva colpito la prima volta (e anche la seconda) è il progetto in cui viene coinvolta Charlotte, la protagonista del libro, un’ex modella che ha subito un terribile incidente che l’ha sfigurata. Se tenete conto che il libro è stato pubblicato nel 2001 e l’autrice l’ha cominciato qualche anno prima, fa veramente impressione per quanto è visionario (e tralascio il tema del terrorismo: l’11 settembre non c’era ancora stato). Si tratta in pratica di una piattaforma in cui persone comuni da tutto il mondo, diverse per sesso, estrazione sociale, condizioni di vita, abitudini, ecc., raccontano la loro vita. Nel loro profilo sono presenti sezioni dedicate ai sogni, ai ricordi, alle aspirazioni, alle foto, ai video. Il tutto è raccontato in prima persona. Vi ricorda qualcosa? Thomas, il promotore del progetto, dà due osservazioni interessanti. Perché la gente dovrebbe dare in pasto la sua vita a una piattaforma del genere? Per «l’effetto che farà a Tizio sapere che ha un pubblico, che alla gente importa di lui, che suscita interesse». E perché il pubblico dovrebbe interessarsi a “Gente Comune”? Perché «La maggior parte di noi va disperatamente in cerca di esperienze autentiche». Che è esattamente il senso dei social network come Facebook: dimostrazione ne è che più un post, una foto, un video parla di cose che ci sono vicine, che ci riguardano, che ci raccontano in maniera autentica, più riceve reazioni. Certo il progetto raccontato in Guardami è profondamente differente rispetto a qualsiasi social network già solo per il fatto che queste esperienze sono mediate da professionisti (per raccontare la vita di Charlotte viene ingaggiata una (finta) giornalista che scriverà al posto suo, anche se in prima persona). Su Facebook invece siamo noi a raccontarci con i mezzi linguistici, narrativi e tecnologici che abbiamo. Aggiungiamo che nella piattaforma raccontata nel libro non viene data grande importanza all’interazione tra utenti: insomma niente ‘Mi piace’, niente condivisioni. Tuttavia colpisce come la narrativa, come l’immaginazione di chi scrive storie, spesso tenda a vedere più in là, a prevedere e forse anche a predisporci e ad ispirarci al cambiamento che verrà. [/et_pb_text][/et_pb_column] [/et_pb_row] [/et_pb_section]
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Creatività

Per fare un (buon) lavoro ci vuole passione

Per fare un buon lavoro ci vuole passione: sembra ovvio, vero? Eppure guardandomi attorno mi rendo conto che non lo è.
Certo non tutti possiamo fare il lavoro dei nostri sogni, e spesso anche quando riusciamo a farlo ci rendiamo conto che non è proprio tutto unicorni e zucchero filato come pensavamo.
Eppure la differenza tra chi fa il proprio lavoro senza passione e chi ci mette il cuore è evidente, a partire dai risultati.
Ne ho avuto la piena dimostrazione al Salone del libro quando una ragazza si è avvicinata allo stand e mi ha fatto i complimenti per come le avevo consigliato i libri.
Mi confessa che era già venuta gli altri anni al nostro stand perché le avevamo consigliato bene, mi dice anche che era appena passata a un altro stand dove un tizio (l’editore? Standista? Uno che passava di lì?) le aveva caldeggiato un libro perché perfetto per lei. Quando lei gli aveva chiesto di cosa parlava il libro il tizio in questione le aveva risposto che i libri mica li aveva letti.
“Si vede che fai questo lavoro con passione” mi dice.
Eccola lì, la parolina magica. Passione.

È la passione che ti spinge a tutta una serie di atteggiamenti, soprattutto mentali, che sono vitali per la tua attività.

Aggiornarsi.

Se sei appassionato di qualcosa ti sembra sempre di non saperne mai abbastanza. Aggiungiamo il fatto che ogni volta che leggi, ascolti, guardi un contenuto nuovo ti si aprono altre porte e ti poni altre domande.
In questo caso passione + curiosità = in spiaggia mi porto l’ultimo manuale di [inserire argomento] invece dell’ultimo bestsellerone.

Ispirarsi.

Chi davvero ama il proprio lavoro non smette mai di lavorare per davvero. Certo, magari si chiude la porta dell’ufficio dietro le spalle e ciaone per tutto il weekend, ma in un angolino della propria mente rimane sempre spazio per quel problema da risolvere, per quella soluzione da trovare.
Ed è proprio mentre si stacca e si sta facendo tutt’altro che si accende la famosa lampadina: eccola lì la soluzione, l’idea che mancava.

Prendersi cura (del cliente).

Io sono convinta che chi maltratta sistematicamente i clienti/utenti/pazienti o ne parla male non lo faccia (solo) perché si ritrova davanti gente improponibile. Semplicemente non ama quello che fa.

Non possono essere TUTTI stronzi. Non è proprio possibile. Il mondo è pieno di gente gentile e intelligente.
Se sono TUTTI stronzi magari sei tu a porti nella maniera sbagliata. Magari non dài le informazioni che servono per partire col piede giusto.
Non puoi dimenticarti che se riesci a sopravvivere con quello che fai lo devi anche al tuo cliente, che comunque ti puoi scegliere. Non ti piace? Senti che non ti rispetta? Non accettare il lavoro.
Non puoi scegliere con chi hai a che fare? Impara a comunicare, disinnesca il conflitto, porta il tuo interlocutore dove vuoi tu.

Solo la passione per quello che fai ti spinge ad essere curioso, ad aggiornarti, ad alzare l’asticella, a provare e riprovare, procedendo per tentativi ed errori.
Sono convinta che chi semina passione raccolga buoni frutti.