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Voglio trovare un senso a questa storia: perché vediamo storie ovunque

Nel 1944 in Massachusetts Fritz Heider e Marianne Simmel, due psicologi, sottopongono una trentina di studenti dello Smith College a un esperimento che, prima di andare avanti, propongo anche a voi.
Guardate il video e raccontatemi cosa vedete. Cosa succede?

 

Avete fatto? Bene, scommetto che in qualche modo ci avete visto dei personaggi, con una personalità, magari una storia, delle intenzioni. Personaggi che interagiscono, fanno cose che generano conseguenze e reazioni: insomma quasi tutti ci avete visto una storia.
Nell’esperimento del 1944 solo una persona ha risposto una cosa tipo ‘Sono forme geometriche che si muovono casualmente sulla schermo’.

E in un certo senso aveva ragione.
Sono effettivamente forme geometriche che si muovono sullo schermo in maniera più o meno casuale. Eppure tutti gli altri ci hanno visto una storia, anzi, tante storie, molto diverse tra loro.
Funzionava nel 1944 come oggi: guardate i commenti a questo post su Facebook.

 

E quindi siamo tutti un po’ matti? Visionari? Ci dobbiamo far vedere da uno bravo?

Ma no, ci spiega Psychology Today, siamo semplicemente esseri umani, e gli umani hanno un vero e proprio istinto per il raccontare storie. Cerchiamo un senso sempre e ovunque, un ordine, un perché.

Le storie ci permettono di farlo: ci aiutano a capire gli altri, noi stessi e a trasmettere questa comprensione attraverso il tempo e lo spazio. Ci consentono di fare previsioni, di mettere ordine nel mondo che ci circonda, e di modificare il nostro comportamento in base alle intenzioni e alle motivazioni altrui. (Che poi è un altro aspetto della simulazione, in fondo)

Vi pare poco?

Mi scrivete nei commenti che cosa avete visto nel video?

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Perché Piccole Donne funziona: 184 anni fa nasceva Louisa May Alcott

Perché Piccole Donne funziona: 184 anni fa nasceva Louisa May Alcott

Google oggi mi accoglie con questo splendido Doodle, disegnato da Sophie Diao, che mi ha fatto salire un brividino: le riconoscete? Eh sì, sono le Piccole Donne, protagoniste di uno dei miei libri preferiti, la mia coperta di Linus che rileggo quando ho il blocco del lettore, o quando ho bisogno di conforto, oppure in alcuni momenti importanti della mia vita (come quando mi sono sposata. E lì Meg l’ho capita come non avevo mai potuto prima).

184 anni fa nasceva Louisa May Alcott, l’autrice di Piccole Donne e di tanti altri romanzi.
È un libro che non si manca mai di consigliare alle giovani lettrici. Peccato, che non lo si consigli anche ai giovani lettori.

Perché un libro che parla di fanciulle di quasi 150 anni fa continua a farsi leggere e a farsi spazio nel nostro immaginario? Insomma perché è diventato un classico?

Io di motivi ne ho trovati quattro, come le sorelle March

Ci sono quattro protagoniste e sono molto diverse tra loro

Meg, Jo, Beth ed Amy hanno i loro pregi e i loro difetti. Sono sorelle ma questo non impedisce loro di essere diverse, uniche. Questo permette una maggiore identificazione da parte delle lettrici che sicuramente troveranno la loro beniamina. Certo, è chiaro che l’autrice ci tiene soprattutto a raccontarci di Jo, ma ci sono diversi episodi in cui sono le altre sorelle ad occupare il centro della scena.
Sono tutt’altro che perfette. E su quanto le imperfezioni ci rendano amabili e credibili ne avevo già parlato.

Parla di cose comuni, piccole, domestiche

Su Il Post trovate un articolo che vi parla di The Bestseller Code: Anatomy of the Blockbuster Novel. In pratica un ricercatore si è messo lìa cercare la formula magica per scrivere un bestseller e… non l’ha trovata. Però alcune considerazioni interessanti le ha tirate fuori. Cito Il Post.

Tra questi temi sono preferibili quelli che hanno a che fare con la vita intima e i sentimenti delle persone, e che sono in grado di suscitare empatia: la vita domestica, i bambini, le nuove tecnologie, il matrimonio, la morte «e anche le tasse». Sul serio. «La scena di una colazione sarà sempre più efficace di un’altra con grotte o serpenti».

La prima riga di Piccole Donne la ricordo quasi a memoria (ci provo, dopo controllo).

“Natale non sarà Natale senza regali” brontolò Jo distesa sul tappeto davanti al caminetto.

In una decina di parole abbiamo tutto:

  • il personaggio: che brontola e passa il tempo distesa a terra
  • la condizione di partenza: un Natale senza regali, che scopriamo poche righe dopo, è conseguenza di una situazione di povertà;
  • un tappeto e un caminetto: lo sentite il tepore domestico?

Perché parla di crescita, di relazioni famigliari, di perdita

Insomma Piccole Donne parla non solo di un ambiente condiviso e condivisibile. Ma parla di cose meno tangibili ma altrettanto comuni: la perdita, le relazioni con mamma, papà, le sorelle, gli amici. Parla del diventare grandi e acquisire gli strumenti che ti permettono di affrontare il mondo.

Niente moralismo. Solo una storia

L’ultimo punto è più evidente se si confronta Piccole Donne con gli altri libri di Louisa May Alcott come Piccoli Uomini, I ragazzi di Jo, ecc. Che io ho trovato ATROCI.
Pieni di fiocchi, fiocchetti e blandizie ma soprattutto di un moralismo esasperato. Della serie “Ecco, vedi? Se fai così vieni premiato e se fai così no, cattivo, vieni punito.”
Non ho mai approfondito la vita dell’autrice ma la sensazione è che Piccole Donne sia semplicemente il racconto della sua adolescenza e gli altri siano il tentativo mal riuscito di crescere in autorevolezza e quindi di mostrare che non solo solo storielle tanto per intrattenersi, ma servono anche a qualcosa. Evidentemente all’epoca funzionava. Ma io non sto analizzando questo testo nel suo contesto storico, anzi, il punto è perché un testo funziona anche cent’anni dopo.
Dove per funzionare non intendo “Sì, ok, lo leggo perché mi obblighi e faccio finta che mi piaccia, ma sto sbuffando dentro” oppure “Lo leggo perché ha un’importanza storica, è Letteratura, ma ora tirate fuori l’ultimo di Camilleri.”
Una storia funziona quando sono io, lettore, a decidere come e se giudicare i personaggi e i fatti. Di cosa l’autore vuole che io pensi, non mi importa proprio niente.

Certo, come dicevamo prima quelli erano altri tempi, ma se Louisa May Alcott si fosse tenuta stretta un po’ dell’animo ribelle di Jo forse ci sarebbero altri personaggi a fare compagnia a Meg, Jo, Beth e Amy.
Ci accontentiamo di loro quattro, che mi sembra già tanto.

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Mio marito mi ha conquistato raccontandomi della sua ex

Qualche settimana fa siamo andati alla libreria Pantaleon a sentire la presentazione di La vera Justine. Stephen Amidon, l’autore, ha detto una cosa molto interessante benché apparentemente scontata. Il libro parla di un uomo che si innamora di questa Justine che è una bugiarda seriale. Stephen Amidon spiega che quando iniziamo una relazione presentiamo una versione falsa di noi, per renderci più amabili: “Nessuno direbbe, to’, questi sono i miei difetti, le mie cattive abitudini, le mie storie fallite.” Insomma alla fine noi ci innamoriamo di una storia che ci racconta quella persona.
Ed è vero, perché ci piace pensare di aver trovato la persona perfetta.
Tuttavia la vita è fatta anche di ostacoli, di occasioni mancate e di “fallimenti“, (anche se sul concetto di fallimento bisognerebbe aprire un discorso a parte). Secondo me raccontarli può essere utile a chi li racconta e a chi ascolta.

Vi faccio un esempio.

Il 26 ottobre del 2008 Andrea è venuto a prendermi a casa (allora non abitavo ancora a Torino) e siamo andati a vedere WALL·E e a mangiare una pizza. Era di fatto il nostro primo appuntamento anche se l’idea di partenza non era quella. Io uscivo da una storia di qualche anno e non me la sentivo di cominciarne un’altra.
Insomma siamo davanti alla nostra pizza, con un commoventissimo WALL·E alle spalle, e Andrea si mette a raccontarmi la sua triste storia con la sua ex.
Ora, qualsiasi persona di buon senso direbbe che no, è meglio di no, ricordare le ex non è romantico o utile o sensato.
E invece ha funzionato. Ha funzionato perché intanto Andrea è molto bravo a raccontare senza giudicare i suoi personaggi, in questo caso se stesso e la ex. Poi perché ha raccontato soprattutto i fatti, senza sbrodolarsi in se e ma. Insomma questa storia me l’ha raccontata bene, in modo credibile, e ha fatto in modo che io potessi farmi un’idea di che tipo di persona mi trovassi davanti.
Sicuramente c’erano stati errori da una parte e dall’altra, sicuramente quella storia finita era una sconfitta e aveva generato tanta, tantissima sofferenza. Però il protagonista della storia aveva dimostrato di essere tenace, sensibile, capace di ascoltare, appassionato senza prevaricare mai i desideri dell’altra persona. E ha avuto successo.

Quindi è vero: quando vogliamo conquistare una persona magari partire elencando tutte le cose in cui non siamo bravi, i nostri difetti, i nostri drammi non è proprio la strategia migliore. Nessuno vuole stare con una persona sgradevole o che passa il tempo a sminuirsi e a lamentarsi.
Però è inutile nascondersi dietro a un identità che non esiste. Anche le nostre ombre se ben raccontate possono creare empatia, e sì, anche simpatia.
Perché diciamocelo, quei personaggi superperfetti, che riescono in tutto, hanno i denti bianchissimi e sorridono sempre, a cui va sempre tutto benissimo ci annoiano, perché non hanno niente da raccontare e perché ci danno l’impressione di essere degli alieni (avete presente Holly Hutton, il protagonista di Holly e Benji? Ecco, lui).
Aggiungiamo poi che nei momenti di difficoltà vediamo anche come sono davvero le persone. Difficilmente mi avrebbe conquistato se avesse detto che “vabbè, ’sta stronza, il mare è pieno di pesci”. (Ah, quindi lei è sostituibile. Io sono sostituibile. E se ti lascio non ti fai problemi a darmi della stronza, o magari peggio.)

E quindi sì, se siete bravi, molto bravi, potete conquistare le persone raccontando anche i vostri difetti, anche le cose in cui non siete riusciti. E aiuta anche voi a vederli in una prospettiva diversa.
A elaborarli, prenderne le distanze e ad andare oltre.

Raccontare fallimenti

 

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Raccontati: renditi indimenticabile

Un po’ di tempo fa esce su diversi giornali un articolo che annuncia la chiusura della libreria. Le cause non c’è neanche bisogno di dirle: la crisi, il disinteresse delle istituzione per la cultura, la competizione con gli store online che fanno arrivare tutto e subito, la gente che legge sempre meno perché ci sono gli iPhone, ecc.

Come è sacrosanto che sia partono gli appelli sui social: la libreria non deve chiudere perché altrimenti la città e il nostro Paese perdono un riferimento culturale.

Così comincio a cercare un po’ di informazioni su questa libreria, perché sì, mi dispiace, e sono pronta a incatenarmi davanti alla libreria per protesta, ma vorrei sapere chi è questa libreria (sì, ho scritto ‘chi è’, non è un refuso).

E non trovo granché. Esclusi gli articoli sulla chiusura, da cui scopro chi è il libraio, Google mi restituisce solo risultati tristaroli come paginebianche e misterimprese. Su Facebook trovo due pagine, entrambe abbandonate anni fa. La descrizione potrebbe essere quella di una libreria qualsiasi.

Per farvi un paragone è un po’ come se vi dicessi che Pasquale Pautasso è finito in galera e che protesterò per questa ingiustizia. Venite a protestare con me?

Siamo onesti, almeno qualche domanda ve la fareste. Cos’ha fatto questo Pasquale Pautasso? È una persona per cui vale la pena combattere? Facciamo così, adesso vi racconto.

Pasquale stava camminando per strada, era mattina presto, anzi prestissimo. Pasquale fa il panettiere precario, nel senso che nonostante i suoi 49 anni lavora sotto padrone che lo paga poco e male. Ma lui non si arrende perché ha due bambine, bellissime davvero bellissime, e una moglie che fa quello che può arrabattandosi tra pulizie scale e assistenza anziani. Ma Pasquale non è uno che si amareggia o che si lamenta, è uno che si alza la mattina presto, che lavora anche a Natale, che sorride sempre. Ha questa buffa abitudine di mettere scarpe di colore diverso, una blu e una arancione. Quando le figlie gli chiedono perché, risponde che è per suo padre che gli diceva che era talmente asino che non sapeva distinguere la destra dalla sinistra. Così aveva preso a usare scarpe di colori diversi.

Dicevamo, Pasquale era per strada, la sue scarpe una blu e una arancione, e vede una signora anziana che viene aggredita mentre porta a spasso il cane. Un delinquente vuole rubarle la borsa: allora lui che è grande e grosso interviene e dopo una colluttazione mette in fuga il delinquente. Solo che la signora, la signora Gertrude Gabaletti, non ci vede tanto bene, è un po’ sorda e probabilmente non è più tanto lucida e quindi scambia il suo salvatore per l’aggressore. Qualcuno ha chiamato la polizia e Pasquale viene preso con le mani nel sacco. Il tizio del piano di sopra dice di aver assistito a tutta la scena: è lui il colpevole!

Ora scendereste in piazza con me per Pasquale? Eppure è sempre lo stesso Pasquale Pautasso di prima. Solo che ora sapete chi è, cosa fa, che tipo di persona vi ritrovereste davanti. Sapete che se foste in difficoltà lui correrebbe ad aiutarvi, che non vi lascerebbe soli.

E per un’attività, soprattutto se piccola, è la stessa cosa: se non vi raccontate, se non spiegate alle persone cosa fate, perché lo fate e come lo fate, qual è la vostra storia non potete pretendere che vengano a cercarvi, che vi diano la possibilità di ritagliarvi uno spazio nella loro vita. Non c’è storia che, se ben raccontata, non faccia venire voglia alle persone di saperne di più o che non procuri una stretta al cuore quando, spenta la tv o girata l’ultima pagina, si abbandonano i personaggi.

Se vi raccontate vi rendete accessibili, mostrate di avere fiducia nel prossimo (perché raccontarsi è anche esporsi) e ve la conquistate, ma soprattutto vi rendete indimenticabili.

indimenticabili

Proviamo? Di che colore sono le scarpe di Pasquale?

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Perché raccontiamo storie? Una risposta

Siete in casa, siete soli, fuori è buio pesto. Siete accoccolati davanti alla TV dopo una giornata infernale al lavoro. Riuscite anche a liberarvi della famiglia. Così avete una serata solo per voi. State guardando la vostra serie TV del cuore, avvolti nella coperta di lana, abbracciando il vostro cuscino preferito e sgranocchiando semi di zucca salati, quando improvvisamente un blackout.
Nulla di drammatico, succede. Vi state alzando per andare a riattaccare la corrente quando sentite un rumore. Dalla cucina. Siamo sicuri di aver chiuso bene bene porte e finestre?

Ora, se questo fosse un film sappiamo già cosa sta per succedere: l’assassino/mostro/maniaco ci sta aspettando in cucina con il coltellaccio/la balestra/la chiave inglese e sarà tutto un corri/strilla/spargi sangue ovunque/getta oggetti a caso. Poi in genere morte morta, e ciao.
Eppure mentre leggevate le prime righe un pochino vi siete immedesimati: magari ve la siete anche vista la coperta di lana (verde a righe o rossa a scacchi?). Avete sentito anche il salato dei semi di zucca e il loro scricchiolio sotto ai denti.

Questo è il potere delle storie.

Le raccontiamo da sempre e abbiamo inventato mille modi diversi per farlo, ne siamo immersi e non possiamo smettere di nutrircene. Qui sorge spontanea la domanda, che per noi che lavoriamo con le storie è La Domanda con la D maiuscola:

Perché raccontiamo storie?

perché raccontiamo storieUna risposta prova a darcela Jonathan Gottschall che ha scritto L’istinto di narrare, un libro che parla appunto del perché e del come raccontiamo storie.
Gottschall cerca di mettere un po’ di ordine tra esperimenti, teorie e pratiche e arriva alla conclusione che il motivo per cui raccontiamo e amiamo raccontare storie è che

“La finzione […] è un’antica e potente tecnologia di realtà virtuale che simula i grandi dilemmi della vita umana.”

L’autore paragona la finzione narrativa ai simulatori di volo che permettono ai piloti di allenarsi e di migliorare le loro prestazioni senza rimetterci le piume. Le storie ci permettono di fare lo stesso.
Immagino già la vostra obiezione: sì ma leggere o guardare un film non è mica come viverle davvero!

Gli scienziati si sono messi a studiare cosa succede nel cervello di chi ascolta, legge, guarda una storia e, sorpresa, il nostro cervello si attiva come se quello che sta succedendo al protagonista stesse succedendo a noi.

“La nostra mente si attiva e determina nuove connessioni neurali, preparando le vie nervose che regolano le nostre risposte alle esperienza di vita reale.”

In pratica, ascoltiamo storie e ci alleniamo per la vita vera. Addirittura secondo alcuni studi chi si nutre di fiction risulta anche migliore nelle competenze sociali. Quindi “topo di biblioteca” un corno.
Gottschall sostiene che è per questo che siamo così attratti dalle storie: perché le storie ci servono, perché la vita e le persone sono spaventosamente complesse e le storie ci permettono di fare pratica godendo di tutti i vantaggi e limitando i rischi.

Ed è per questo che se salta la luce e sentite un rumore in casa, no, non dovete andare girare per la casa al buio strillando ‘C’è nessuno?’
SCAPPATE, SANTO CIELO.

Questa è una delle risposte che si è provato a dare alla Domanda con la D maiuscola, ma la partita è ancora aperta. Tuttavia mi piacerebbe sapere: perché raccontate e ascoltate storie?

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“La storia di Malala non m’interessa”: come il velo dell’ignoranza ci rende talebani

L’11 ottobre è la Giornata Mondiale delle bambine e delle ragazze, proclamata dall’Onu. Giustamente la stampa si sta concentrando su quei Paesi in cui le bambine vivono situazioni drammatiche.
Io invece resto in Italia e vi racconto di una vicenda piccola ma significativa che vi fa capire quanto potere abbiano le storie: in una scuola dell’Alto Vicentino, l’istituto comprensivo di Carrè, Chiuppano e Zanè, due classi di V hanno prodotto un diario sul tema “Gesti famosi, donne semplici”. Sulla copertina c’era questa immagine qui.

malala-diario-istituto

La riconoscete? È Malala Yousafzai, premio Nobel per la pace 2014, quella che afferma che “i libri e le penne sono le armi più potenti”. Solo che se voi l’avete riconosciuta, e magari avete pure colto l’influenza di Andy Warhol, qualche genitore troppo “zelante” si è fatto prendere dal panico. L’immagine ha scatenato una marea di polemiche, perché insomma, in questi tempi di ISIS mettere una ragazza che ostenta così la sua fede religiosa, una fede pericolosa che spinge le persone a farsi esplodere e a velare le proprie donne, è uno scandalo, soprattutto a scuola, luogo di cultura, educazione e civiltà.

Stupisce? Magari no, ma anche se non fa statistica (spero) vale la pena di leggere questo commento.

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“La storia non la conosco e non mi interessa conoscerla.”

Io trovo queste parole emblematiche perché sono scritte da un italiano, da un occidentale, magari cristiano cattolico, non da un barbaro che spara a una ragazzina mentre va a scuola perché pensa che le donne non debbano studiare.

Eppure l’atteggiamento di fondo è lo stesso: non mi interessa informarmi e non voglio che lo facciano neanche i miei figli. Non voglio pormi domande, non voglio letteralmente sentire storie.

A costo di non sapere mai che la ragazzina che voglio eliminare da quella copertina si è fatta sparare per avere lo stesso diritto dei miei figli, quello di studiare e poter scoprire storie come la sua.

Perché? Forse perché ho paura di veder crollare le mie certezze?

Basta il velo dell’ignoranza e la mancanza di curiosità per trasformare un italiano in talebano.

P.S. Comunque qui c’è la comunicazione che conferma che il diario è stato adottato da tutta la scuola. Un lieto fine per un progetto meraviglioso, no?

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30 anni di It – Perché mi ha terrorizzato per anni ed è uno dei miei libri preferiti

Ho visto It in tv all’età di 6 anni, a casa della signora che si occupava di me nel dopo scuola. Voglio precisare, Maria era una persona attenta, equilibrata e io le ero molto affezionata. Però i suoi figli erano giovani e volevano vedere It che era appena uscito e probabilmente non pensavano che mi avrebbe impressionato così tanto.

Copertina di It di Stephen KingSta di fatto che sono tornata a casa bianca come un lenzuolo, ammutolita per il terrore e ho dormito per giorni nel lettone dei miei. Senza contare il panico di dover entrare nella doccia.

Sono rimasta traumatizzata per ANNI, It ha fatto parte dei miei incubi fino all’età adulta sotto diverse forme, anche perché da gran genio quale sono ho deciso di rivederlo a 13 anni con la mia amica Jessica. L’epilogo ve lo lascio immaginare.

Sta di fatto che volente o nolente quel cattivone di It è entrato a fare parte del nostro immaginario e oggi Stephen King ci ricorda che il libro festeggia 30 anni.

Ora, al di là del fatto che il film, anzi, la miniserie fosse abbastanza terribile e il libro sia diventato uno dei miei libri preferiti, le due versioni condividevano un fattore che lo rendeva davvero terrorizzante: il mostro era visibile solo ai bambini.

I genitori e tutta la città vengono manipolati da It, il cui scopo è far scorpacciata di bambini. In tutto questo i bambini protagonisti non riescono ad avvertire nessuno o farsi aiutare.

Di fatto è l’incomunicabilità che fa paura, più del mostro. C’è qualcosa che può far più paura a un bambino di essere in pericolo e non poter chiedere aiuto? O di chiedere aiuto e non essere ascoltato? Per di più una buona parte delle vicende dei bambini si svolge in contesti domestici o comunque conosciuti, quindi grandi brividi quando era ora di lavarsi i denti e ti tornava in mente la scena di Bev e del lavandino.

It è un gran romanzo per tanti motivi, ad esempio i personaggi e il mondo estremamente dettagliato e credibile, ma il meccanismo narrativo più efficace è quello che fa leva su paure sepolte profondamente dentro di noi, paure che variano di forma ma non di sostanza, un po’ come It.

Insomma, lo vuoi un palloncino?

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La trama lucente: di cosa parliamo quando parliamo di creatività

Come primo post di questa categoria, che ho chiamato “Strumenti di lavoro”, parlare di “La trama lucente” mi sembra di buon augurio.
La trama lucente: creatività La trama lucente di Annamaria Testa ha come sottotitolo “Che cos’è la creatività, perché ci appartiene, come funziona”. Ambizioso, eh?
Eppure l’autrice prova a fare ordine tra quel caos di personaggi, esperimenti, discipline, teorie e pratiche che riguardano, studiano e cercano di definire la creatività. L’intento, dice l’autrice in un’intervista, è di “restituire rispetto e stupore a una parola, creatività, spesso impiegata per definire tutt’altro.”
Spiegare la complessità di questo libro e dell’argomento di cui tratta in poche righe? Impossibile, quindi ho scelto di raccontarvi cosa mi è tornato utile.

Cos’è la creatività

La definizione che viene data di creatività è la prima cosa che mi è piaciuta perché  sgombra il campo da una serie di fraintendimenti comuni.

“Creatività è qualcosa di nuovo, che produce qualcosa di buono per una comunità”

Insomma Nuovo e Utile, come il sito di Annamaria Testa, dedicato appunto alla creatività.

Tipo, se ho una buona idea sono creativo. Eh no, cari miei, non basta avere l’idea del secolo: la creatività sta nel realizzarla e nel comunicarla quell’idea lì. E non basta, deve rivelarsi utile, cioè deve esserci una comunità che ne riconosce il valore.

Tanto per fare strage di geGni incompresi, categoria che mi fa venire la scabbia.

La creatività ha bisogno di competenze

Altro pregiudizio comune: la creatività può nascere dal niente. Ad esempio io faccio il panettiere e una mattina presto mentre sto impastando il pane l’illuminazione: ho avuto l’idea di costruire un motore che va a materia oscura!
Non so niente di fisica, di motori, di buchi neri (c’entrano con la materia oscura? Non so, non ricordo, che importa!) ma ho avuto un’idea fighissima e quindi sono creativo.
Vi sembra assurdo? Eppure capita spesso, nella scrittura è proprio una convinzione radicata che, massì, basta mettersi lì e scrivere.
“La trama lucente” vi spiega bene perché non funziona così: serve terreno fertile per far nascere un’intuizione, servono competenze, serve materiale per poter far nascere quella scintilla che dà vita a un’idea davvero creativa.

Maschi e femmine, giovani e vecchi

Un altro capitolo importante è quello dedicato agli stereotipi. Ad esempio c’è chi crede che le donne siano meno creative degli uomini, perché insomma nella Storia gli artisti sono prevalentemente maschi, gli scrittori pure, gli scienziati anche. Ecco, qui trovate una serie di studi che mostrano che non è vero che le femmine sono in assoluto meno creative. Della serie che quando incontrate il wannabe-pirla che sostiene che non ci sono eccellenze femminili in matematica sapete cosa rispondergli. E potete esaudire il suo desiderio: da wannabe-pirla a pirla e basta.

E si parla anche di giovani e vecchi. I vecchi sono più o meno creativi dei giovani? Dipende dai campi, ma sì, si può essere creativi a qualsiasi età.

Ci ho messo due mesi, tante temperate di matita e parecchi post-it prima di finire questo libro, perché pur essendo scritto con uno stile agevole e leggero, è densissimo di contenuti e collegamenti: il libro stesso è una Trama Lucente. Mi è servito a scoprire cose nuove (ad esempio la profezia che si autoavvera) e a mettere in relazione cose che sapevo già.

Sono 400 pagine che cambieranno la vostra percezione della creatività e secondo me anche un po’ di voi stessi.

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Il titolo del blog – Immersi nelle storie perché

Il titolo del blog lo devo ad un libro. Il titolo originale è The Art of Immersion (W.W. Norton, 2011), tradotto in italiano in Immersi nelle storie (Codice edizioni, 2013). Mi è piaciuto tanto il libro quanto il titolo italiano e l’ho adottato per il mio blog perché porta con sé almeno tre significati.

Immersi nelle storieIl primo, ed è quello più attinente ai propositi del libro, si riferisce alla tendenza di creare storie sempre più immersive, anche grazie ai nuovi media.
Nel prologo Frank Rose, autore del libro, ci dice che:

Sotto l’influenza di internet sta emergendo un nuovo tipo di narrazione che avviene su più piattaforme e in maniera non sequenziale: una narrazione partecipativa, spesso simile a un gioco ed estremamente immersiva. Internet è un “mezzo profondo”: le sue storie non sono solo coinvolgenti, ma catturano l’utente-spettatore più a lungo della classica mezz’ora di una serie televisiva, delle due ore di un film o dei trenta secondi di uno spot pubblicitario. Questo nuovo modo di raccontare storie sta trasformando sia il mondo dello spettacolo, cioè le storie che ci vengono offerte per intrattenerci, sia quello della pubblicità (i “venditori di storie” che parlano dei loro prodotti) e dell’autobiografia (le storie che raccontiamo su noi stessi).
Le conseguenze sono evidenti a tutti.
[…]
le storie sono simulazioni della vita reale. Ci aiutano a creare un microcosmo, una realtà alternativa, un mondo che vorremmo fosse reale o che magari ci fa paura. Dopodiché ci immergiamo totalmente in questa nuova realtà. È stato sempre così. Ma la nostra capacità di assecondare questi impulsi aumenta con l’emergere di ogni nuovo mezzo tecnologico, e con questo sale anche la posta in palio.

Il secondo significato è che siamo effettivamente circondati da storie, ovunque, sempre, tutti: pubblicità, gossip, talent show, fumetti, libri, social network. Insomma “vengono fuori dalle fottute pareti”.

Il terzo è lo scopo di questo blog: immergersi sempre più a fondo nelle storie, cercarle, raccontarle, smontarle, studiarle nel loro habitat, esattamente come farebbe uno scienziato che studia un organismo vivente.