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Volevo prendere l’ascensore e invece ho incontrato il burocratese

Immaginate una giornata d’inverno: siete tutti imbacuccati in giacconi, sciarpe, scarpe di pelo di mammuth. Avete borse della spesa appese alle mani, alle braccia, al collo tipo San Bernardo. Fa freddo, talmente freddo che sperate che l’ascensore sia al piano terra così da potervici tuffare sopra, fare i millemila piani per arrivare al portone di casa e chiudervi dentro fino a primavera.
Sperate invano. L’ascensore è disperso tra i piani e voi dovete aspettare. E mentre aspettate il vostro occhio cade sulla bacheca degli avvisi e trovate questo.

Cartello dell'amministratore di condominio
“Preghiamo i signori condomini che nel momento in cui procedono alla pulizia delle proprie cantine private di non abbandonare nelle parti comuni condominiali (corridoio) il materiale di risulta. Si ringrazia per l’attenzione.”
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“Preghiamo i signori condomini che nel momento in cui procedono alla pulizia delle proprie cantine private di non abbandonare nelle parti comuni condominiali (corridoio) il materiale di risulta. Si ringrazia per l’attenzione.”

Voi quanto ci avete messo a capire cosa voleva dire questo cartello?
Io ho dovuto rileggerlo due volte.
E fra una lettura e l’altra mi sono chiesta perché questa sintassi ingarbugliata (e scorretta!), questo linguaggio astruso, e questo tono inutilmente ampolloso e pedante.

Per dire cosa, poi? Di non mollare immondizia nei corridoi delle cantine.

Il perché di questo tono è molto semplice:
chi scrive così pensa di risultare più autorevole, anzi, più autoritario e formale.
Se faccio frasi lunghe (ben 27 parole senza una virgola), uso paroloni (il materiale di risulta) e dico che siamo “noi” (misteriosissimi) o non “io”, povero amministratore di condominio, a pregare di, allora ecco che la gente capisce che chi impartisce l’ordine mica scherza, che è “studiato”, che se non fate i bravi vi picchia col vocabolario.

È tipico del linguaggio burocratico e amministrativo, e in Italia fa grossi grossisimi danni.

Però chi scrive in burocratese/amministrativo questo messaggio dimentica che “comunicare” significa mettere in comune.

E chi scrive deve fare lo sforzo di andare a prendere il proprio destinatario su un sentiero accidentato, su cui lui magari si è fermato, rendendogli il viaggio più semplice possibile.
Tradotto: sei tu che devi farti capire e non io che devo lottare per capire cosa caspita vuoi dirmi.
Questo messaggio dice “guarda come sono importante” e invece dovrebbe dire “guarda: questa cosa è importante per te”.

E comunque un cartello così mi fa venire voglia di mollare le borse della spesa davanti all’ascensore, scendere in cantina, murarmici viva.
Ma non prima di aver lasciato il materiale di risulta (?) dei corridoi mie proprie cantine private.

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Cose personali Social Cose e Internet

Perché non ci sono foto di mia figlia su Facebook

Io la questione foto, bambini & social me la sono posta molto prima di rimanere incinta, addirittura prima di pensare di avere figli.

Questo tema torna di grande attualità proprio ora che Fedez e Chiara Ferragni hanno annunciato di essere in dolce attesa e hanno pubblicato l’ecografia su internet.

È giusto/utile/necessario pubblicare le foto dei propri figli su internet?

Mi sono fatta diverse domande sulla questione. Ho cercato di rispondermi da sola.

Le foto di mia figlia interessano a qualcuno?

Da utente posso dirvi che sì, mi fa piacere vedere le foto dei figli delle persone che seguo, soprattutto se fanno parte della mia cerchia di amici e parenti. I figli sono una parte importantissima della loro vita. Poi spesso si tende a fotografarli quando sono sorridenti oppure intenti a fare cose belle e interessanti, quindi una botta di felicità.

L’ho già detto e lo ribadisco: alla fine sui social ci stiamo per (farci) raccontare cose straordinariamente quotidiane.

Però. Però settecentocinquanta foto tutte identiche di tuo figlio che sorride, mangia, mette in bocca un piede anche no. Per te sono straordinarie perché è tuo figlio, e ogni momento è prezioso, e i “mi piace” e i <3 fanno tanto piacere, però o mi racconti qualcosa che abbia un senso oppure semplicemente diventi noioso.

Siamo sicuri? E i nostri figli?

C’è poi un aspetto molto importante che è la sicurezza.

Poche balle, quando pubblichiamo la foto di un minore qualche rischio lo si corre. Leggo su questo articolo che cita una ricerca della «Australia’s New Children’s Safety», l’organismo australiano che ha il compito di monitorare la sicurezza dei minori online.

Dallo studio delle foto sequestrate nell’ambito delle ricerche di polizia contro la pedofilia sul web, si è riscontrato che nel 50% dei casi si tratta di milioni di immagini di bambini che svolgono le normali attività nel quotidiano come nuotare, fare sport e simili. Foto pubblicate, nella maggior parte dei casi dai propri stessi genitori.

Aggiungiamo che spesso diamo indicazioni anche abbastanza precise di dove abitiamo, dove siamo, cosa facciamo, ecc.

Mia figlia ne sarà felice? Adesso? Fra dieci anni?

Parlo poi da madre (e da figlia): io e Andrea abbiamo deciso di comune accordo di non pubblicare foto di Viola perché Viola è nostra figlia, sì, ma non è una nostra proprietà.

È una creaturina dipendente da noi, che ha bisogno delle nostre attenzioni, del nostro affetto, del nostro sostegno, ma questo non ci dà il diritto di esporla gratuitamente senza il suo consenso. Perché Viola diventerà grande e potrebbe non gradire. C’è anche chi ha denunciato i propri genitori per aver pubblicato le proprie foto su Facebook.

Quindi abbiamo deciso che tendenzialmente no. E siamo stati parecchi insistenti anche con nonni, zii e amici su questo punto.

Questo non significa che se facciamo una foto di famiglia in un contesto pubblico allora scatta la denuncia per chiunque brandisca una macchina fotografica.
Però c’è differenza tra questo tipo di foto e l’esposizione costante e insistente di un minore che spesso non ha voce in capitolo.

Ricordatevi che “ma tanto lo cancello” in Rete non funziona: in Rete difficilmente qualcosa va perso, tutto è facilmente replicabile e soprattutto non avete MAI il controllo completo di chi vede ciò che pubblicate.

Niente critike!11!1

Quando sono rimasta incinta sono cominciati a piovere commenti e giudizi su cosa dovevo fare e non fare. Io stessa ero partita con tutta una serie di preconcetti che poi ho dovuto smontare (cosa che costa sempre una certa fatica), quindi lungi da me giudicare le scelte degli altri genitori, però credo che ogni scelta vada fatta con consapevolezza. La consapevolezza passa attraverso l’informazione e facendosi tutte le domande del caso.

Quindi sicuri sicuri che sia proprio utile e necessario pubblicare la foto dei vostri pargoli mentre fanno il bagnetto?

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Cose personali

Il mio Salone Internazionale del Libro: cosa va e cosa non va

Da 10 anni a questa parte sono orgogliosa di partecipare al Salone del Libro con Las Vegas edizioni e quindi ho il grande privilegio di vivere questo evento da dietro lo stand. È un privilegio perché è un’occasione per confrontarsi direttamente con i lettori, anche senza che loro lo sappiano: dove cade il loro occhio? Cosa toccano? Come toccano i libri? Cosa dicono quando pensano di non essere ascoltati?

Questo post tuttavia si vuole concentrare su un altro aspetto di questo evento: cioè la comunicazione e “l’usabilità” del Salone. Perché i contenuti sono fondamentali, e questo Salone l’ha ampiamente dimostrato, ma conta anche come il visitatore vive l’evento, come ne parla e come gli viene raccontato.

Intanto il Salone è enorme e dispersivo per chi non c’è mai stato, ma gli strumenti per orientarsi sono ottimi per chi si prende un attimo per consultarli.

  1. La cartina: viene distribuita all’ingresso insieme al programma e permette di trovare stand e sale. Gli stand sono segnalati tramite un sistema di lettere e numeri, tipo battaglia navale. Sale, zone di ristorazione e bagni sono segnalate con colori differenti. Inoltre ogni padiglione ha nei corridoi centrali dei totem con mappa e elenco espositori. Insomma a meno che non siate analfabeti e non sappiate leggere una mappa dovreste trovare tutto quello che vi serve.
  2. Il programma (cartaceo e online): ci sono diverse centinaia di eventi al Salone del Libro. Quindi è assolutamente fondamentale fornire ai lettori tutte le informazioni possibili in maniera semplice da consultare. Così è stato: tra programma online, fornito grazie al cielo di barra di ricerca, app e programma cartaceo si poteva tranquillamente organizzare il proprio calendario al Salone senza troppi intoppi.
    Oltretutto fuori da ogni sala c’era esposto il programma del giorno. Tanto per non sbagliarsi.
  3. L’app: ode alla app. Ci si poteva segnare gli stand, scoprire dov’erano, leggere le descrizioni (laddove non c’erano è perché gli editori non le hanno fornite). Si può costruire il proprio calendario di eventi e ricevere una notifica quando inizia l’incontro. Ho trovato molto scomoda la mappa che dava diversi problemi di visualizzazione.
  4. Punti informativi: ce n’erano parecchi (anche se la gente si ostinava ad ignorarli e a venire a chiedere a noi degli stand dov’era il bagno). Ce n’era uno ad ogni ingresso di padiglione. Magari ne spargerei qualcuno di più anche all’interno del Salone.
  5. Comunicazione (prima e dopo): intanto complimenti perché per la prima volta abbiamo vista un reale strategia sui social media. Negli anni precedenti non c’è mai stata o è stata decisamente mediocre.
  6. La conferenze sono state trasmesse in streaming: già da  lì si vedeva la differenza di tono rispetto alle edizioni precedenti. Lagioia è stato bravo a creare emozione e a trasmettere attesa. Si vedeva che ci teneva e l’ha dimostrato anche tramite il suo profilo di Facebook con cui ci ha tenuti aggiornati sui cosa succedeva dietro le quinte.
    Molto bravi anche ad usare un linguaggio pop fatto di gif e figurine dei calciatori.
    Bravi anche a mettere a disposizione degli editori un social media kit: dentro c’era una copertina per eventi di Facebook, in formati modificabili, e la splendida illustrazione che ha segnato la comunicazione del questo Salone.
    Colpo di genio: il layout per fare le figurine dei propri autori nello stesso stile usato da chi si occupava della comunicazione del Salone.
  7. Io coinvolgerei ancora di più editori, blogger, giornalisti e visitatori, ad esempio sfruttando i frame di Facebook, o pensando a qualche piccola tattica per fare in modo che l’hype sia altissimo già da prima. Qualcosa che dice “Hey, guarda che figo, io vado al Salone!”

 

Cose da migliorare

Io una cosa la vorrei dire: non è che solo perché siamo lettori allora meritiamo di essere bullizzati. Capisco che leggere è una roba di sfigati ma tentare di ammazzarci mi sembra eccessivo.

  1. Questo per dire che i 35 C° costanti all’interno del Salone erano abbastanza insopportabili. Va bene che a maggio non ha mai fatto così caldo, soprattutto tenuto conto che siamo a Torino, ma… insomma una finestra aperta, un ventilatore comprato dai cinesi, un paio di schiavetti con il ventaglio.
  2. Bagni: io capisco che le code ai bagni siano sintomo di successo di un evento, però anche lì, code chilometriche al bagno delle signore. Eppure c’erano alcuni bagni che non avevano quasi coda perché più imboscati. Anche qui facciamo qualcosa. E soprattutto teniamoli puliti, ‘sti bagni.
  3. Posti per sedersi: altro tasto dolente. Dopo sedici milioni di passi per trottare da uno stand all’altro uno spazietto per sedersi  cosa gradita. Soprattutto per chi è pieno di borse, per chi ha bambini, o per chi semplicemente non pensava di andare a fare la maratona di New York.
  4. Code: sì, ho capito, le code a Torino c’erano e Milano ciapalì. Però gli italiani in coda sclerano. Non capiscono proprio che è normale che con millemila persone si possa anche dover fare un po’ di coda. Tuttavia in molti si sono lamentati di aver fatto parecchia coda per andare a vedere un evento per poi essere rimasti fuori. Serve secondo me un sistema di prenotazione. Oppure un modo per segnalare che mancano tot posti e che tu che sei in fondo alla coda non entrerai MAI, rassegnati.
  5. Rumore rumore (nanananana na na): altro grosso problema del Salone è il rumore. L’acustica non è un granché e il rumore ce lo si tiene: però. Però ci sono diverse sale in cui era molto difficile sentire. Tipo la sala Prospettive Digitali nel padiglione 1 in cui sono andata a sentire un incontro su Brand e Selfpublishing. La sala era aperta, e nonostante i microfoni non riuscivo a sentire cosa dicevano i relatori. Sarebbe bello che questi spazi fossero maggiormente isolati dal rumore esterno.

Per il resto vi lascio con le parole di Giuseppe Culicchia:

(…) Poi, assalito da un’ondata di fracasso esterno, il vicepresidente di Mondadori – ovvero gli alfieri di Tempo di Libri – non riesce a negarsi una battuta: «Vedo che a Torino c’è sempre il problema del rumore», segnala ironicamente. Il suo presentatore, Giuseppe Culicchia, proprio non si trattiene: «Vero. A Milano c’era un silenzio meraviglioso».

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L’agenda di gravidanza: un ottimo esempio di scrittura funzionale

Rimanere incinta è una bella avventura che ti insegna tante cose interessanti. No, non vi allarmate, non sto per diventare una mamma blogger. Non vi parlerò di pannolini, delle gioie di essere diventata una pancina amorosa, di come la maternità mi ha cambiato.
Vi parlerò di uno strumento che mi ha accompagnato dall’inizio di questo percorso: l’Agenda di Gravidanza. Ve ne parlo perché secondo me è un ottimo esempio di buona comunicazione.


L’agenda di gravidanza mi è stata consegnata dal mio consultorio familiare quando hanno accertato che fossi incinta. È un quaderno ad anelli in cui c’è scritto tutto ciò che devi sapere quando rimani incinta. Inoltre ci sono tutte le impegnative che servono, i numeri di telefono di uffici, consultori, ospedali, ecc.
Funziona anche da raccoglitore: è lì che metterai tutti gli esami, i documenti, le ecografie. È lì che sono segnalati tutti gli appuntamenti, i dati, ecc. Questo vi permette di avere tutto quello che vi serve sempre con voi.

Io poi al fondo ho inserito un po’ di fogli a quadretti per prendere appunti.

Immaginate di dover scrivere un testo su un momento importante come quello della gravidanza (e di quello che viene dopo) facendovi capire da tutti. Parliamo di un momento delicato non solo dal punto di vista fisico, ma anche psicologico. È un argomento su cui girano tante, ma veramente tante leggende metropolitane, chiacchiere, bufale. In cui sembra che facciano a gara per metterti ansia su qualsiasi cosa, in cui è un attimo sentirsi inadeguati perché ne sanno tutti più di te (e invece spesso non è vero).
Aggiungiamo anche che il testo deve essere comprensibile a tutti, qualsiasi sia il livello di istruzione, di alfabetizzazione e soprattutto persone di qualsiasi nazionalità, magari con una comprensione minima dell’italiano.

Complicato, vero?
Eppure l’agenda ci riesce. Alcune cose che mi hanno colpito:

  • La parte iniziale è dedicata a spiegare a cosa serve e come va usata l’agenda. È spiegato molto chiaramente quali sono le informazioni supportate da studi scientifici.
  • L’agenda risponde e sfata una serie di luoghi comuni sulla gravidanza: tipo non è vero che bisogna mangiare per due. È vero che l’allattamento al seno è meglio, così come il parto naturale al posto del cesareo. Ciò dimostra che per scriverla sono partiti proprio da ciò che chiedono e dicono le donne che stanno affrontando la gravidanza
  • Il tono è molto tranquillizzante: stai tranquilla, è tutto normale, non ti sentire inadeguata, ascolta il tuo corpo e le tue esigenze. Rivolgiti ad un medico quando hai bisogno. Ricordati che i medici sono lì per te e le cose funzionano se ti fidi di loro: è soprattutto un rapporto di collaborazione reciproca e di ascolto.
  • Impaginazione e formattazione ti aiutano a capire subito quali sono le informazioni importanti tramite colori, grassetti, asterischi, titoli, titoletti e spazi.
    C’è anche glossario dove sono spiegati i termini che possono tornare utili: sigle e nomi tecnici non sono più un segreto.
  • Il linguaggio è semplice e lineare, comprensibile per chiunque.

Potete giudicare voi stessi scaricando l’Agenda in pdf.

Tendiamo a pensare che la nostra sanità faccia schifo perché ci parlano solo di ciò che non funziona, ma per la mia esperienza i soldi investiti per la realizzazione dell’Agenda di Gravidanza sono soldi ben spesi. Come ha rimarcato la mia ostetrica lì c’è TUTTO quello che serve sapere a una coppia che sta per avere un figlio.
Certo che accanto a questo strumento servono poi persone competenti (personale sanitario ma non solo) che non vanifichi tutta l’efficacia di questo strumento.

Ma ricordiamoci che mai come oggi una comunicazione, chiara, efficace, univoca e istituzionale senza essere incomprensibile è fondamentale.

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Come seguo blog e siti senza perdermi niente: c’è Feedly

Scrivere per gli altri significa passare un sacco di tempo a leggere, non solo libri (narrativa, manualistica, saggistica) ma anche siti e blog.

I motivi sono tre:

  1. Mi tengo informata sul mio settore: c’è sempre qualcosa da imparare su scrittura e copywriting. Quando si parla di social media poi le cose cambiano così in fretta che chi si ferma è perduto
  2. Seguo blogger che fanno tutt’altro mestiere: così esco un po’ dalla mia bolla. Leggere cosa fanno gli altri è sempre utile perché anche se fanno un mestiere diverso dal tuo c’è sempre qualcosa che puoi portare con te e declinarlo per le tue esigenze
  3. Scopro come scrivono queste professioniste: è efficace? In cosa mancano di più? Che linguaggio usano? Posso fare di meglio? Se sì come?

Ovviamente tutte queste risorse vanno tenute in ordine e consultate regolarmente. Dopo la chiusura di Google Reader (ARGH!) ho provato diversi strumenti e poi ho scelto Feedly.

 

 

Feedly è un lettore di feed che i permette di raccogliere in un solo posto tutti gli aggiornamenti dei blog che seguo, di selezionare quelli da leggere più tardi e da condividere e di dividerli in categorie.
Ho creato le categorie in base alle mie esigenze: marketing, scrittura, social media, life style, libri, varie.

Ogni tanto faccio pulizia: cancello i blog che non sono stati aggiornati negli ultimi sei mesi, quelli scritti male, poco interessanti, tolgo tutto ciò che non “ascolto” più con attenzione e che crea solo brusio.
La gestione delle fonti, di cosa leggere e cosa escludere, è fondamentale. È fondamentale quando si sceglie un libro e quando si sceglie un post. Non fare ordine significa perdere tempo e concentrazione in mezzo a materiale che non ti serve.

È fondamentale anche costruirsi una procedura e un momento mensile o settimanale per leggere questi post, e lavorarci su. Questo per evitare che la lista dei “Questo lo leggo dopo” diventi così lunga da scoraggiarci nel momento in cui la riprendiamo.

Io uso il primo lunedì del mese: dedico la mattina solo a leggere e scremare.
E quando la selezione è finita? Di questo vi dico in un altro post.

Voi leggete blog? Usate qualche strumento per seguirli tutti?

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Giochiamo con i punti di vista? A proposito di The Affair

Lui, sposato, quattro figli, scrittore. Lei, sposata, in crisi col marito dopo la morte del figlio piccolo. S’incontrano, s’innamorano, trigano poi mollano le rispettive famiglie (lo fanno davvero?) per stare insieme.
Storia già sentita o quasi, Eppure è esattamente di questo che parla The Affair. E funziona perché la storia ci viene raccontata prima dal punto di vista di lei. Poi da quello di lui.
Le discrepanze sono notevoli: e i motivi sono tanti.

Intanto loro stanno raccontando la loro storia in un’aula di tribunale. Quindi potrebbero avere motivo di mentire.
Poi perché è passato del tempo, non tantissimo ma quanto basta per alterare i ricordi.
Infine a raccontare la storia sono due persone diverse, con vissuti diversi e paure diverse.
La serie funziona proprio per questo: perché non ci stanno raccontando una sola storia. Lo spettatore è continuamente sfidato a mettere insieme i pezzi, a capire se mentono perché mentono. Chi è il cattivo della storia? Ce n’è uno? Sono semplicemente due persone innamorate oppure due criminali che si coprono le spalle a vicenda?

Il punto di vista è fondamentale: c’è tutta la differenza del mondo nel far raccontare una storia come quella di The Affair da una persona coinvolta, come nel caso di Noah ed Alison, o invece da un narratore esterno e onnisciente.

Lavorare con i punti di vista è molto utile. Pensate ad un prodotto raccontato dai clienti: se una persona che ha speso dei soldi per acquistare qualcosa tendo a credergli, ancora di più se la persona in questione è affidabile, perché magari la conosciamo, ci ha già consigliato qualcosa che ci è piaciuto oppure la sua credibilità dipende dal fatto che è molto seguita (pensate agli influencer).

È anche molto divertente giocare con i punti di vista: ad esempio avete mai pensato al punto di vista di un (vostro) prodotto? Come parlerebbe dei propri acquirenti se fosse una persona? E di voi?
Sì, lo so, sembra un esercizio scemotto ma provate a farlo e scoprirete un po’ di cose interessanti su come raccontare i vostri prodotti.

A proposito di storie e punti di vista, io e Andrea abbiamo scritto un racconto(ne) insieme dove appunto ci sono due punti di vista sullo stesso evento. Il libro si chiama Al buio, lo pubblica Intermezzi nella sua collana Ottantamila (sono racconti con meno di 80000 caratteri) e inizia con un articolo di giornale in cui è descritto un fatto.
Poi comincia la storia, raccontata prima dal punto di vista di Carlotta e poi da quello di Andrea (ebbene sì, i protagonisti si chiamano come noi).
L’abbiamo scritto al buio, cioè avevamo come punto di partenza l’articolo scritto insieme e poi ognuno ha scritto la sua parte senza sapere cosa scriveva l’altro. Scriverlo è stato molto, ma molto divertente. Speriamo sia interessante anche per chi legge.

P.S. Trovate Al buio in anteprima al Salone Internazionale del Libro di Torino che comincia oggi. Stand K22-L21. Ci trovate anche me 😀

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Cos’ha in comune la scrittura funzionale con la traduzione?

Qualche settimana fa siamo andati alla King Night organizzata da Zandegù. Io di come IT mi ha cambiato la vita vi avevo già detto. La serata è stata molto interessante ma c’è una cosa che ha raccontato Giovanni Arduino che mi ha particolarmente colpito. Giovanni Arduino, il traduttore di Stephen King (qui potete trovare tutto ciò che ha tradotto), ha raccontato che per Joyland, ambientato in un parco dei divertimenti, ha “dovuto creare praticamente da zero una lingua e un gergo” parlato dai giostrai americani. Per Doctor Sleep invece ha frequentato i gruppi di alcolisti anonimi, tema fondamentale nel libro, sempre (e anche) per una questione di linguaggio.

Quando revisiono o scrivo i testi per brand in un certo senso faccio la stessa cosa: devo tradurre un’idea, un concetto molto chiaro nella testa del mio cliente, perché ci ha lavorato, sa cosa offre, quali sono gli obiettivi e risultati, ma che è difficile da trasmetterle in maniera semplice ed efficace al cliente che queste cose non le sa. Bisogna anche essere fedeli spesso si tratta di passare da tecnicismi e espressioni che il mio cliente usa abitualmente nel suo settore (e quindi dà per scontate) a un linguaggio che risulti comprensibile e naturale a chi legge.

C’è però un altro elemento e cioè quello del lessico e dei campi semantici.
I campi semantici sono gruppi di parole che sono affini e vicini per significato. Ad esempio bianco, blu, rosso appartengono al campo semantico dei colori.
Giovanni non ha dovuto solo tradurre ma anche fare un’indagine su una serie di espressioni e termini connessi agli alcolisti e nel caso dei giostrai inventarsene uno quasi da zero.
Cosa c’entra con la scrittura di testi commerciali? Quando affronto un testo nuovo faccio esattamente questo: compilo una lista di parole, termini o espressioni che sono attinenti a quel settore. Mi baso su quello che trovo su internet (santo Google e santi i suoi suggerimenti), su quello che dicono e scrivono clienti e addetti ai lavori che girano intorno a quel settore o argomento, su cosa mi dice il mio cliente. È molto importante che ciò che compare sul sito sia coerente col linguaggio del mio cliente perché altrimenti il risultato è uno spiazzamento e l’impossibilità di costruire un rapporto di fiducia, senza contare che poi nemmeno il mio cliente si ritrova in quello che c’è sul sito.

Insomma scrivere, anche quando si tratta di scrittura funzionale, è sempre un po’ tradurre.

[Se non sai cos’è la scrittura funzionale, leggi questo].

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Radici di Alex Haley ci insegna quanto vale lottare per la propria storia

Uno degli ultimi romanzi che ho letto è Radici di Alex Haley. L’autore ha ricostruito la storia della sua famiglia, da parte di madre, partendo da Kunta Kinte che fu catturato dagli schiavisti in Gambia e poi deportato in America.

Di questo romanzo mi hanno colpito molte cose: quella che mi ha colpito di più però è la gestione delle informazioni, dei saperi e quindi anche delle storie che sono un tema fondamentale nel libro.

 

Ricostruire la propria storia

È pazzesco come Haley sia riuscito a ricostruire la storia della sua famiglia. Tenete conto che Kunta Kinte è nato a metà ‘700 in Gambia, che non sapeva l’inglese e non sapeva scrivere. Quindi tutto ciò che viene raccontato su di lui e su parecchie generazioni successive è stato trasmesso solo per via orale.

Non solo, la famiglia è stata più volte smembrata e dispersa perché figli e figlie venivano venduti ad altri proprietari e non c’era modo di tenersi in contatto con gli altri membri della famiglia.

I cantastorie

Aggiungiamo poi la difficoltà di Haley di ricostruire ciò che è successo a Kunta Kinte prima che venisse deportato in America. Fortuna che nella sua tribù c’erano i griot, una sorta di cantastorie che memorizzavano secoli e secoli di storie, generazioni e parentele. È grazie a loro se Haley è riuscito a scoprire qualcosa del suo bis-bis-bis-ecc-ecc-nonno.

Parliamo di secoli di storia tramandata oralmente.

Parole come briciole

Lungimirante Kunta Kinte, che lottando contro il tentativo di sradicamento dei padroni bianchi, tramanda alcuni termini della lingua Mandinka a sua figlia. Questo tramandarsi parole e relativo significato diventa poi una vera e propria tradizione. Che arriva fino ad Haley: è grazie a queste parole che riesce a ritrovare la via di casa, un po’ come Pollicino.

Niente tamburi

Agli schiavi era vietato usare percussioni. E non solo per  una questione culturale ma perché molte tribù africane comunicavano attraverso il tam-tam. E comunicare significa organizzarsi, magari rivoltarsi. Teniamo conto che a un certo punto i neri erano talmente tanti (e talmente incazzati) che cominciavano a fare paura ai padroni bianchi.

Nel libro però si racconta di come i neri avessero un altro modo per comunicare: ossia il canto. Da qui nasce un intero genere.

Libri chiusi a chiave e giornali bruciati

Ai neri era vietato leggere e scrivere. Se si scopriva che uno schiavo sapeva farlo veniva punito e venduto. Emblematica la scena in cui un padrone bianco, per altro tra i più “compassionevoli” della storia, chiude a chiave la libreria e comincia a bruciare i giornali perché sospetta che la cameriera sappia leggere.
E gli schiavi non devono sapere che la guerra la stanno vincendo i nordisti. Soprattutto, di nuovo, non devono poter comunicare tra loro e fuori dalla proprietà dei loro padroni.

Questo libro non è solo una grande storia, è anche un inno alla libertà e alla lotta per mantenere la propria storia, la propria identità e le proprie radici. Che guarda a caso passa attraverso le parole, le tradizioni e le storie.

Dovremmo ricordarci la storia di Kunta Kinte e la fatica che ha fatto Alex Haley a ricostruirla quando affermiamo che “il governo ci vuole ignoranti” o quando scegliamo di non leggere, non ascoltare le storie degli altri, non informarci.

Radici

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Cosa mi ha insegnato il corso di fotografia su di me

Un paio di settimane fa ho finito il corso base di fotografia tanto desiderato. C’erano diversi motivi per cui volevo fare questo corso: intanto volevo farmi le foto da me senza dover sempre andare a pescare negli stock. Poi volevo cominciare qualcosa di nuovo che non avesse niente a che fare con l’editoria e che mi permettesse di lavorare sulle immagini invece che sulle parole.

Ho raggiunto il mio obiettivo? Direi di sì, anche se sono ancora molto lontana dal fare foto anche solo vagamente decenti e mi manca tutto un retroterra culturale che secondo me è assolutamente fondamentale per chi vuole approcciarsi alla fotografia.
Ma come dire, ho iniziato il corso il 1° di febbraio: mi concedo del tempo per recuperare.

Ci sono però altre cose che questo corso mi ha insegnato su di me.

“Never compare your inside with somebody else’s outside.”
Liberamente tradotto: Non paragonare quello che hai dentro con quello che vedi degli altri. Ecco questa è una cosa che devo smettere di fare.
Gli altri sono più bravi, fanno cose più belle di me, come mai non imparo in fretta come loro? Non ho talento?
Ho dovuto obbligarmi a pensare che per quello che ne sapevo i miei compagni di corso potevano essere appena usciti da un master di fotografia ed erano lì solo per scherzare noi poracci che non sapevamo tenere manco in mano una macchina fotografica.

Mai pensare che quello che stai raccontando sia banale.
Sono andata in giro per Torino perdendomi un sacco di foto perché pensavo che il soggetto fosse banale, che non ci fosse nulla interessante, che sicuramente qualcuno aveva già scattato quella stessa foto.
Ora, a parte che al mio livello ad ogni foto scattata si impara qualcosa e visto che non devo fare una mostra domani, anche un po’ chissenefrega. Ma non esiste soggetto banale, solo prospettive banali. Questo è quello che mi ha detto il mio insegnante Alessandro quando ho esplicitato le mie turbe mentali.

Mai buttare via tutto perché pensi che faccia schifo e non ne valga la pena.
Alessandro ci ha chiesto di portare un progetto fotografico di 4 o 5 foto. Dovevano essere legate da un tema comune: io ho giocato sporchissimo e ho fotografato libri (ma non avevo detto basta libri?) un po’ per mancanza di tempo, un po’ perché i libri stanno fermi, buoni e zitti al contrario degli esseri umani, un po’ perché… be’ a me piacciono i libri, anche come oggetti.
Al momento di mostrarle temevo la fucilazione, ero tentatissima di buttare via tutto, di non andare a lezione, di fingermi morta.
E invece, Alessandro mi ha tutt’altro che fucilato: mi ha dato consigli utili, mostrato come potevo migliorarle, ha perfino elogiato qualcosa.
Questo mi ha insegnato per l’ennesima volta che l’autocritica va bene, l’autocensura anche no.

Sono in un periodo un po’ particolare della mia vita dove sto riconsiderando molte cose, tra cui anche il mio percorso, e mi rendo conto di quanto la paura mi abbia impedito di godermi i miei errori, per farne qualcosa di davvero buono.
Perché gli errori, esattamente come le gioie, bisogna goderseli e non viverli come un dramma e un affronto personale. Non bisogna giudicarsi troppo duramente, ‘ché non stiamo decidendo delle sorti dell’universo.

Vabbè, le vediamo ‘ste fotografie?

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5 consigli da seguire prima di pubblicare la tua Pagina Facebook

Mi arrivano spesso tantissimi inviti a Pagine di Facebook di qualsiasi tipo: aziende, marchi, siti web, associazioni, locali, eventi, ecc. Io controllo gli inviti uno a uno, un po’ perché non voglio perdermi realtà interessanti, un po’ perché mi è utile capire quali sono gli errori e le buone pratiche che fanno la differenza.

consigli Pagina Facebook

Ecco 5 consigli che vi do per partire col piede giusto:

Scegliere la categoria giusta

Avete deciso di creare una pagina? Bene: la prima cosa che vi viene chiesta è la categoria. Scegliere la categoria corretta è importante per molti motivi: ad esempio far capire subito a chi invitate di cosa parla la pagina; essere indicizzati da Facebook nel modo corretto; attivare le funzioni più adatte alle vostre esigenze. Eh sì, ogni categoria ha funzioni differenti.

Quindi se avete una libreria non scegliete intrattenimento » libro. D’accordo, è quello vendete. Ma quello che vi serve è essere identificati come negozio collocato in un certo territorio.

Sappiate che se avete sbagliato categoria potete cambiarla e aggiungerne altre due. Quindi niente panico.

Scegliere il nome

Se siete scrittori, professionisti, VIP ovviamente sceglierete il vostro nome e cognome. La categoria compare subito sotto, quindi se l’avete scelta correttamente si capisce subito chi siete e cosa fate. C’è chi sceglie di accompagnare il proprio titolo al proprio nome. Secondo me se ne avete uno così parlante può valerne la pena.

Se siete un’attività locale fate in modo che il nome sia quello che si trova sul vostro sito e sugli altri profili social, compreso di spazi e maiuscole al posto giusto. L’importante è essere coerenti.

Provate anche a pensare a chi parlerà di voi in un post di Facebook e vi dovrà taggare: direste mai “Oggi ho letto il libro di Andrea Malabaila Scrittore e mi è piaciuto tantissimo”? Via quello “Scrittore”. “Oggi ho assaggiato la SugnaCola – Bevanda frizzantissima e ciccionissima. Che buona!” 

Ricordatevi che cambiare il nome della pagina non è proprio automatico: scegliete bene.

La descrizione

La maggior parte delle pagine a cui vengo invitata non ha una descrizione: non capisco di cosa parla la pagina e perché dovrei seguirla, cosa ci troverò, a cosa si riferisce e soprattutto in cosa quell’attività è diversa da tutte le altre. Scrivere la descrizione della propria attività non è semplice, lo so, meriterebbe un post dedicato. Per cominciare però potreste fare così. Avete invitato una persona alla vostra pagina, questa persona vi chiede di cosa si tratta, che cosa fate. Cosa rispondete?

Lasciate stare espressioni fumose tipo “Ci occupiamo di portare il design nel mondo” o “Ci occupiamo del tuo benessere” o “Il tuo tempo per noi è prezioso” perché non vogliono dire niente. Fai cosmetici? Massaggi? Orologi? Terapia di gruppo? Corsi di pilates? Sgabelli? Mostre di oggetti per la casa? Allevi i gatti? Anche i gatti fanno bene.  

Informazioni aggiornate: dove, quando, chi, cosa

Se avete un locale è necessario far sapere dove siete, quando aprite, se c’è parcheggio, quali sono i prezzi (si spende 1000 o 10 euro per una cena?). Se vi trasferite o c’è una variazione di orario allora dovete aggiornarli. Non c’è niente di più irritante di partire per andare in pizzeria e trovarsela chiusa. Inserite l’indirizzo corretto e controllate che sia corretto anche sulla mappa che viene mostrata nella pagina.

Indirizzo email, telefono, sito devono essere sempre reperibili e corretti.

Le immagini

Nella pagina potete scegliere l’immagine del profilo e la copertina. La cosa migliore sarebbe assumere un grafico che vi crei un’immagine coordinata per sito, biglietto da visita, canali social ecc che vi rispecchi. Però non tutti, soprattutto all’inizio, possono permettersi questa spesa.

Quindi? Lungi da me dare consigli di grafica che proprio non è il mio mestiere, ma se proprio non potete permettervelo vi consiglio di usare strumenti come Canva che vi permette di di creare delle immagini con le misure adatte ai vari social media. Ci sono anche dei layout già pronti.

Qui trovate una lista di siti che offrono gratuitamente immagini ad alta risoluzione. Vi consiglio anche questo post di Silvia Lanfranchi che vi insegna a sfruttare meglio le immagini di stock.

 

Il mio consiglio è comunque di mettere nell’immagine del profilo il logo o eventualmente il vostro volto se l’attività è basata sulle vostre competenze e sulla vostra persona.

Usate invece la copertina per far capire immediatamente di che si parla: torte se fate torte, borse se fate borse, la data dell’evento se si tratta di una fiera, una mostra, un tour.

 

In ogni caso, lo ripeterò fino alla nausea, fate in modo che le informazioni essenziali ci siano tutte, siano aggiornate, siano ben visibili.

Prima di invitare tutti gli amici alla vostra pagina, chiedete a una decina di persone di farci un giro, poi fatevi dire se c’è tutto quello che serve.

Fatelo anche voi come esercizio: quando cercate un’attività su Facebook cos’è che non trovate? Cosa invece apprezzate?

E già che ci siete raccontatemelo qui.