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Noi siamo La specie creativa: istruzioni per diventarlo davvero

Vedo questo libro allo stand di Codice edizioni e me ne innamoro subito: si intitola La specie creativa: l’ingegno umano che dà forma al mondo.
Un volume dalla copertina rigida con un sacco di illustrazioni. È scritto da un compositore musicale, Anthony Brandt, e da un neuroscienziato, David Eagleman.


E punta su una premessa davvero allettante:

Facciamo parte di un grande albero genealogico di specie animali. Perché allora le mucche non creano coreografie di balletti? Perché gli scoiattoli non progettano ascensori per raggiungere la cima degli alberi? Perché gli alligatori non inventano motoscafi? Un ritocco evolutivo negli algoritmi del cervello umano ci ha permesso di “assorbire” il mondo che ci circonda e di crearne versioni nuove e alternative che rispondono alla domanda “E se facessi così?”. Questo libro è dedicato a quel software creativo: come funziona, perché ne siamo provvisti, come lo usiamo e soprattutto dove ci sta portando.

Insomma una sorta di reverse engineering della creatività umana

Tre B per capire come funziona il nostro cervello quando crea

Bending, Breaking and Blending ossia piegare, frammentare e mischiare: sono questi i procedimenti che il nostro cervello usa per creare qualcosa di nuovo. 
In La specie creativa Brandt e Eagleman usano due esempi diversi per mostrare come funzionano concretamente. 

Il primo riguarda l’Apollo 13 e di come gli ingegneri della NASA tirarono giù gli astronauti, altrimenti spacciati, smontando la navicella, usando pezzi destinati per altri scopi e rimontandoli.
Poi c’è Picasso con Les demoiselles d’Avignon, che mescolò, frammentò e piegò per ottenere uno dei quadri più innovativi della sua epoca. 

“La nostra civiltà fiorisce a partire da queste ramificazioni zigzaganti che spuntano dalle derivazioni, dai riassemblamenti e dalle ricombinazioni.”

L’arte che ci porterà nello Spazio

All’arte viene dedicato molto spazio, ma soprattutto se ne parla come strumento necessario per fare innovazione.
L’arte infatti è un ottimo campo di addestramento per il bending/breaking/blending. Fornisce esempi che allenano la mente a pensare in un certo modo.
E quindi male fa chi si occupa di educazione ed esclude l’arte dai programmi scolastici perché con l’arte non si mangia.

Sbagliare ci renderà ricchi

Se pensate che sbagliare vi farà fallire, be’, è comprensibile ma non è necessariamente vero.
C’era una volta la 3Company, campionessa di innovazione. Fino al 2000. Quando arriva un amministratore delegato che nel tentativo di massimizzare i profitti decide di mettere le catene al dipartimento di ricerca e sviluppo. Il dipartimento doveva comunicare qualsiasi variazione nel processo produttivo, che veniva valutata in base a quanto rendeva nell’immediato.
Risultato? – 20% di vendite sui nuovi prodotti.
Appena è arrivato un nuovo amministratore delegato che ha lasciato carta bianca al dipartimento di ricerca e sviluppo le vendite si sono riprese. 

Questo perché si innova quando si osa e si tenta, perché quando proliferano le idee si hanno più possibilità di fare qualcosa di davvero nuovo e di davvero utile. 

In realtà anche le idee sbagliate sono un passo avanti perché rivelano problematiche che, una volta risolte, ci avvicinano di più alla soluzione. Il concetto di “scappatelle mentali ” (idea flings) potrebbe forse rendere meglio il concetto, perché indica cose che ipotizziamo ma poi lasciamo andare. Il processo di diversificazione e selezione è la base dell’invenzione nel mondo. Alla fine, comunque, il percorso zìgzagante della nostra specie è determinato non dalla pletora di idee che generiamo, ma dalle poche che scegliamo di seguire.

Razzismo, xenofobia, sessismo: quanta meraviglia abbiamo perso? 

Un capitolo interessante è quello dedicato ai pregiudizi che hanno impedito alle persone con delle potenzialità di esprimersi all’interno di una società danneggiando la società stessa.

Sapete quale fu uno dei motivi per cui la Germania nazista non vinse la corsa al nucleare? Perché i tedeschi bollarono le teorie di Einstein come “scienza ebraica” e quindi non attendibili. C’era addirittura chi sosteneva che queste teorie servissero a indurre il popolo tedesco in errore. 

Insomma tutti i pregiudizi che impediscono a qualcuno di contribuire alla società in cui vive diminuisce il proliferare di opzioni. E quindi anche di avere idee innovative, che funzionano.    

Insomma imparare, sbagliare, aprirsi, cambiare, provare senza arrendersi, non censurarsi, non escludere le persone ed educarle, invece, alla creatività. Questo è ciò che dobbiamo fare per essere ciò che siamo: una specie creativa, per natura.

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Creatività

Tutti abbiamo una storia da raccontare

Un giorno eravamo in spiaggia con degli amici ed è saltata fuori la domanda “Come vi siete conosciuti?”. A turno abbiamo raccontato le nostre storie. Arrivato il turno di Irene, lei ha detto: “Ma io non ho una storia da raccontare”.
Sapevo che non era vero (e infatti poi ci ha raccontato una storia molto divertente e tenera), ma mi ha colpito il fatto che Irene avesse la sensazione, quantomeno in prima battuta, di non avere una storia da raccontare.

Ho scoperto che è una percezione molto diffusa: spesso i miei clienti fanno una fatica immane a raccontare quello che fanno, a identificare quali sono le cose veramente importanti da dire e a trasformarle in una storia.

Le cose che mi ritrovo spesso a spiegare sono queste:

Le storie possono raccontare cose piccole

Da un lato ci sono quelli che “della mia vita si potrebbe fare un romanzo” (anche no, grazie). Dall’altro ci sono quelli che se non hai scoperto la cura per il cancro, scalato sei volte l’Everest all’ottavo mese di gravidanza, salvato una colonia di lemming, fatto la ceretta a un Balrog, allora niente, non vale la pena di spendere parole.
E invece no, una storia può raccontare anche una cosa piccola. Tanti tantissimi racconti brevi sono costruiti proprio così (e sono spesso i più belli).

Le storie hanno al centro un conflitto e un cambiamento.

Ne ho già parlato qui, ma ricordiamolo: una storia esiste laddove c’è un conflitto, che non deve essere la terza guerra mondiale. La nostra vita è piena di conflitti, di piccole difficoltà, e le persone sono molto interessate a capire come le affrontiamo.
E le affrontiamo cambiando, trovando nuove strategie e modificando punto di vista.

Le storie hanno un inizio, un proseguimento e una fine

Le storie non sono una serie di fatti infilati uno dietro l’altro. C’è un inizio, un proseguimento e una fine che devono avere una coerenza e un senso. Chiaro che nella vita le cose non sono mai così: siamo noi che abbiamo un cervello cablato per le storie e organizziamo i fatti in modo che diventino “raccontabili”.
Farlo ci aiuta anche a dare un senso agli eventi, soprattutto se dolorosi e traumatici.

Certo, raccontarsela tra amici in spiaggia è un conto, scrivere un romanzo, una sceneggiatura o un programma televisivo è un’altra cosa. Servono strumenti, tecnica, buona conoscenza del mezzo che si sta usando.

Serve pratica

Avere spesso occasione di raccontarsi affina la nostra capacità di costruire la nostra storia. Ricordo di aver sentito, forse in un documentario, che gli americani sono bravi a raccontarsi perché si spostano spesso, a volta di migliaia di chilometri. Ogni volta sono obbligati a ricostruire rapporti e in qualche modo identità. Non solo: ogni volta trovano qualcuno che chiede loro di raccontare da dove vengono e come ci sono arrivati fino a lì. E quel qualcuno li costringe a trovare un filo narrativo nella loro vita. A noi italiani questo capita meno.
E infatti quando ci chiedono la nostra storia tendiamo a raccontare delle cose di noi, ma non stiamo veramente raccontando il nostro percorso.
Questo esperimento  che ho fatto su Facebook è significativo: su 28 persone che si sono prestate a raccontare sinteticamente la loro storia, 26 hanno parlato di chi sono e di cosa gli piace o non piace fare. Ma solo 2 hanno scritto la loro biografia: dove sono nati e cresciuti, cosa hanno fatto e cosa fanno, dove vivono e con chi.

Quindi sì, tutti abbiamo una storia da raccontare, ma bisogna sapere cos’è una storia e come si fa a raccontarla.

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Creatività

Tutti siamo creativi: 5 miti da sfatare sulla creatività

Ho chiesto su Facebook (sul mio profilo e sulla mia pagina) cos’è la creatività. Ho ricevuto un po’ di commenti, tutti molto interessanti.

Ci sono mestieri creativi e mestieri che non lo sono.

Scrittore, attore, pittore sì. Medico, avvocato, impiegato no. C’è la tendenza a essere molto selettivi (e castranti) su quali sono i mestieri creativi e quali no.
Eppure se teniamo per buona la definizione di Annamaria Testa per cui la creatività è qualcosa di nuovo, che produce qualcosa di buono per una comunità e, per questo, ci riempie di meraviglia e gratitudine” tutti siamo potenzialmente creativi, sempre. E di conseguenza qualsiasi mestiere può essere creativo. Certo dipende dalle condizioni in cui facciamo il nostro lavoro (quanta libertà ci viene data) e quanta voglia abbiamo noi di sperimentare nuove soluzioni. È più creativo un impiegato che trova il modo di smaltire il doppio della pratiche in metà tempo piuttosto che uno scrittore che scrive il solito giallo in cui il colpevole è il maggiordomo.

La creatività non deve avere paletti di nessun tipo.

Un’altra convinzione radicata è che la creatività non debba avere limiti e paletti: nella mia esperienza questa convinzione produce solo risultati astrusi e spesso ben poco originali. La creatività dà i suoi risultati migliori quando deve stare dentro limiti ben predefiniti, insomma ostacoli e limiti aguzzano la creatività, perché la creatività nasce proprio dall’esigenza dell’uomo di adattarsi a situazioni nuove.
Inoltre, non so voi, ma niente mi sembra più difficile di iniziare da un foglio bianco: qualsiasi possibilità e quindi nessun appiglio.

La creatività non ha bisogno di riconoscimento.

Per me non esiste creatività senza un pubblico che ne possa (voglia) usufruire. La creatività deve essere comunicata: senza destinatario non c’è creatività.
Non è necessario che il pubblico sia vastissimo, che ci sia un riconoscimento planetario. Una persona può anche inventare un modo per sistemare i sacchetti della spesa in casa propria: se gli altri familiari ne usufruiranno senza spargere sacchetti ovunque e perdere tempo a trovare quello della dimensione giusta, ecco, questa è già un’idea creativa. Serve a poche persone ma serve e migliora la loro vita, anche se solo un pochino.
È inutile dirsi che i celeberrimi Tizio e Caio sono stati ignorati in vita e scoperti postumi: è una scusa per non confrontarsi col mondo là fuori. Anche perché in genere Tizio e Caio son poi morti poveri, soli, e infelici.
Magari anche no.

La creatività non ha bisogno di competenze e di influenze (altrimenti non è originale).

Mi è capitato di leggere il commento agghiacciante di una scrittrice che diceva di non leggere perché altrimenti ne sarebbe stata influenzata. Ora, pensavo che chi ha questo tipo di convinzioni avesse almeno il buon senso di non esprimerle in pubblico, ma niente.
Come si può pensare di essere “originali” se non sai cosa fanno gli altri?
Ma soprattutto quando mai uno scienziato ha scoperto qualcosa sapendo niente di quel campo o di campi affini?
Tutti abbiamo bisogno di un terreno fertile su cui far fiorire la nostra creatività, e gli altri sono un ottimo “concime”: cosa possiamo prendere da loro? Cosa invece ci sembra che non funzioni? E se ha funzionato, perché ha funzionato? Posso farlo anch’io, ma meglio?

Sei creativo o non lo sei.

Eccolo qui, il pregiudizio che fa il paio con quello relativo al talento. O ce l’hai o non ce l’hai, la creatività, come una malattia cronica.
Io penso invece che essere creativi sia un atteggiamento mentale unito a una buona dose di allenamento e ad una forte motivazione interna. Non si nasce creativi: anzi, sì, si nasce creativi, ma sono convinzioni come queste a spegnere la nostra natura creativa. Questo insieme ai pochi stimoli (effettivi o percepiti).
Farsi domande, vedere le cose da una prospettiva diversa, mettersi nei panni altrui, leggere, guardare, mettere insieme cose che non c’entrano niente, mettere da parte i pregiudizi, non pensare “che questo non si può fare” solo perché gli altri non lo fanno, essere curiosi, sempre, cercare di migliorare la propria vita e quella degli altri, fare cose che ci rendono fieri, felici, positivi, speranzosi. Queste sono le cose che ci rendono creativi: non c’è nessuna formula magica, nessuna predisposizione naturale, nessun gene della creatività che può sostituire tutto questo.
Sono atteggiamenti che vanno allenati con l’esercizio.
Tutto qui.

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Tutti abbiamo un talento: 5 cose che credi (di sapere) sul talento e invece no

Talento: un concetto tanto misterioso quanto sfuggente. Tipo gli alieni. Tutti ne parlano, nessuno riesce a definirlo per bene, molti lo usano come scusa per sminuire gli altri o per sminuire se stessi.

A me piace però farmi delle domande e far dare le risposte a gente competente che su queste cose misteriose ha deciso di metterci le mani e sporcarsele studiando e sperimentando.

Così ho deciso di sfatare cinque luoghi comuni relativi al talento, con l’aiuto di gente che ne sa più di me.

 

Il talento: c’è chi ce l’ha e chi no

C’è questa convinzione che il talento sia una roba scesa dal cielo tipo Spirito Santo o possessione demoniaca. Adesso proviamo a giustificarci con la genetica, ma poco cambia. C’è a chi tocca e a chi no.

Però prima di tutto mi sembra utile provare a capire cos’è, sto benedetto talento. La definizione di Barry Kaufman, docente di psicologia alla New York University che del talento ne ha fatto un argomento cardine dei suoi studi, lo definisce come: “un insieme di caratteristiche individuali che accelerano l’acquisizione di competenze in una data sfera di attività”.

Dice anche che sì, la genetica può darti lì per lì un vantaggio, ma poi entrano in gioco tanti fattori e che, insomma, la predisposizione (genetica, ambientale, demoniaca) conta solo in minima percentuale.

Chi ha il talento non ha bisogno di studiare o di allenarsi

Proprio per niente. L’allenamento, le competenze e la pratica costante permettono di trasformare il talento in qualcosa che dà frutti, frutti visibili, anzi, raccoglibili. Il resto sono chiacchiere. Genio&Sregolatezza un corno, insomma.

Io non ho nessun talento

Se teniamo per buona la definizione di Barry Kaufman, penso che tutti possano avere quell’insieme di caratteristiche che. Laddove ne manca una poi, può soccorrerci un’altra capacità.

Quello che manca semmai è la capacità di individuare qual è il nostro talento e/o la voglia di lavorarci sopra e/o la passione che ci motiva. Quindi tutti potenzialmente abbiamo talento, ma poi bisogna lavorarci sopra. Tanto.

 

Ma quello che so fare non è mica un talento. Lo sanno fare tutti!

Pensavo fosse solo un’attitudine mia e invece scopro che è abbastanza comune: le persone fanno fatica a individuare in cosa sono bravi, perché di base quando siamo o diventiamo bravi in qualcosa tendiamo a considerarla una cosa naturale, istintiva. Il classico “Ma lo sanno fare tutti” oppure “ma è facilissimo”.

È facilissimo perché sai come farlo (no, Grazie e Graziella lasciatele stare), ma basta osservare la fatica con cui un neonato afferra una cosa e se la porta alla bocca per capire che non c’è davvero niente di scontato.

Comunque qui ci sono un paio di consigli per mettere a fuoco i propri talenti, tipo: scriverli su dei foglietti, e poi vedere se ci sono delle relazioni, se ci sono dei collegamenti tra le cose che sapete fare.

Mentre lo fate seguite il consiglio Jon Acuff: “Screw Humilty!”, che tradotto significa “Affangu’ l’umiltà!”

 

Il talento è tale solo se fai grandi cose

Ecco, questa è una delle convinzioni più dannose di sempre, perché è paralizzante.

Mio padre quand’ero piccola mi diceva sempre: “Ci sarà sempre qualcuno più bravo di te.” Che lì per lì sembra una cosa super scoraggiante da dire, ma a pensarci da adulta no. E per vari motivi.

Intanto, è davvero così importante essere i migliori in assoluto? Magari là fuori qualcuno non ha bisogno del miglior produttore di zucche del mondo, ma del produttore di zucche più vicino, più gentile e che sappia consigliare come cucinare una buona vellutata di zucca. Insomma sono abbastanza convinta che là fuori ci sia spazio anche per talenti piccini. E lo dice anche la strategia Oceano Blu.

Poi chi decide chi è il migliore? Ok, ci sono campi e discipline in cui esistono campionati mondiali, ma sappiamo che anche laddove ci sono dei risultati misurabili e indiscutibili si misura una performance, quella singola prova. Non l’individuo. E nemmeno il talento. Se poi consideriamo questo esperimento a tema musicale ci rendiamo conto che il concetto di talento crea un sacco di pregiudizi.  

C’è chi fa meglio di noi? Ottimo, così possiamo sbagliare in pace. Immaginate per un attimo di essere i migliori in assoluto in qualcosa: avreste il coraggio di provare e sbagliare, se correste il rischio di cadere giù dalla cima del podio? Ecco, questo sì che è paralizzante.

Adesso ditemi voi: in cosa siete bravi?

[Per scrivere questo articolo ho attinto a piene mani da Nuovo e utile, che di talento parla spesso e lo fa citando un sacco di fonti interessanti.]

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Creatività

Li avete già abbandonati i propositi dell’anno nuovo? Provate con “piccole spinte”.

Un po’ di tempo fa mi sono imbattuta in questo meraviglioso TED di Amy Cuddy.

Amy Cuddy è professoressa ad Harvard dove studia “come il linguaggio del corpo influisce su come ci sentiamo e su come ci comportiamo con gli altri”.
Nel suo libro Il potere emotivo dei gesti espande il discorso del TED e spiega come col linguaggio del corpo possiamo “fingere fino a diventarlo”. Se assumiamo determinate posizioni diventiamo più potenti e quindi più presenti, dove per presenti si intende meno ansiosi, più connessi con noi stessi e col momento che stiamo vivendo.

Se siamo più presenti riusciamo a tirare fuori tutto quello che sappiamo, lo facciamo al meglio, senza farci tagliare le gambe dall’ansia e dalla paura. Insomma possiamo vivere la nostra vita pienamente.

Alla fine del libro Amy Cuddy dedica un capitolo ai “self-nudge”. Che se avete fatto una lista di propositi per il 2018 dovete conoscere.
Il concetto di nudge è stato tirato fuori da un gruppo di economisti e psicologi che affermano (e dimostrano) che per spingere le persone ad adottare comportamenti più salutari non bisogna indurli a cambiare in maniera drastica la loro vita, ma usare delle piccole spinte, appunto “nudge”.
Amy Cuddy che si occupa di cambiamento personale ci spiega come usare queste piccole spinte per realizzare i nostri buoni propositi senza scoraggiarci.
Intanto ci spiega perché i buoni propositi di inizio anno vengono per la maggior parte disattesi:

Sono troppo ambiziosi e difficili da realizzare.

A una verrebbe da pensare che grandi obiettivi = grandi risultati. E invece no, perché “presuppongono che abbiano avuto successo centinaia di modifiche più modeste, e non sono accompagnati di istruzioni che ci mostrino come procedere grado per grado.”
Quindi forse bisogna concentrarsi sulle modifiche modeste, prima che sul grande risultato.

I risultati sono troppo distanti.

Entro fine anno perdo 10 chili.
Quest’anno leggo 100 libri.
Vado a correre tutte le mattine e mi preparo per la maratona.
Tutti obiettivi ambiziosi ma distanti e intangibili. Il fatto che siano poco concreti, che non riusciamo a visualizzarli ci rende più facile mollare alle prime difficoltà. E questo minerà la nostra fiducia in noi stessi dandoci sempre più motivi per mollare.

Sono orientati al risultato e non al processo.

I buoni propositi “troppo spesso incombono su di noi come minacce, non ci fanno sentire incoraggiati.” Concentrarci sul processo ci permette di procedere a piccoli passi, ma soprattutto di goderci le piccole conquiste. Inoltre ci permette di vedere gli errori non come fallimenti epici, che mettono fine al nostro progetto, ma come occasioni per migliorare e soprattutto riprovare.

Pongono l’accento sul negativo anziché sugli aspetti positivi, validi e costruttivi.

Ad inizio anno ci si propone di fare più sport (pigro!), mangiare meno (grasso!), usare meno Facebook (drogato!).
Diciamo la verità: quello che non sappiamo fare, i risultati che non abbiamo raggiunto magari ci ossessionano ma ce li dimenticheremmo con gioia, potendo. La motivazione è fondamentale per raggiungere un obiettivo e quindi meglio concentrarsi su quello che possiamo fare invece che su quello che non dovremmo fare.

Spesso si basano su motivazioni estrinseche.

Spesso quello che non dovremmo fare o migliorare di noi si basa su motivazioni estrinseche.
Devo dimagrire perché se no sono brutta / smetto di fumare perché è me lo dicono gli altri / lavoro di più perché guadagno di più: sono tutti propositi la cui motivazione non è davvero legata a quello che ci piace fare.
L’autrice ci dice quindi di adoperare piccoli aggiustamenti: innanzitutto i piccoli aggiustamenti mettono l’accento sul processo e non sul risultato. Il che è molto più gratificante (oggi ho fatto mezz’ora di passeggiata / oggi ho fumato cinque sigarette invece che dieci / oggi ho dedicato 20 minuti alla lettura).

L’autrice racconta come ha applicato i self-nudge a se stessa.
Ogni anno si riprometteva di diventare una runner. Le prime fasi erano faticose e l’obiettivo distante: non voleva “diventare una runner” ma esserlo già.
Risultato? Nel giro di poche settimane il suo proposito era già stato abbandonato. Le motivazioni erano poche, fragili e distanti.
Così l’autrice ha usato un approccio diverso: avrebbe corso una volta sola e se le fosse piaciuto, l’avrebbe rifatto. A suo ritmo, con i suoi tempi, senza spaccarsi le gambe (vi suona familiare eh!)
Però ha fatto di più: siccome viaggia molto per lavoro, Amy Cuddy ha messo insieme le due cose. I viaggi di lavoro non le permettevano di vedere molto dei posti che visitava, così correre diventava un espediente per cogliere l’attimo.
Risultato? Ha continuato a correre.
Diventerà un’atleta olimpica? Certo che no, ma ha mantenuto il suo buon proposito, e questo è una cosa di cui andar fieri.

Quali sono “le piccole spinte” che intendi darti per diventare la persona che vuoi?

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Per fare un (buon) lavoro ci vuole passione

Per fare un buon lavoro ci vuole passione: sembra ovvio, vero? Eppure guardandomi attorno mi rendo conto che non lo è.
Certo non tutti possiamo fare il lavoro dei nostri sogni, e spesso anche quando riusciamo a farlo ci rendiamo conto che non è proprio tutto unicorni e zucchero filato come pensavamo.
Eppure la differenza tra chi fa il proprio lavoro senza passione e chi ci mette il cuore è evidente, a partire dai risultati.
Ne ho avuto la piena dimostrazione al Salone del libro quando una ragazza si è avvicinata allo stand e mi ha fatto i complimenti per come le avevo consigliato i libri.
Mi confessa che era già venuta gli altri anni al nostro stand perché le avevamo consigliato bene, mi dice anche che era appena passata a un altro stand dove un tizio (l’editore? Standista? Uno che passava di lì?) le aveva caldeggiato un libro perché perfetto per lei. Quando lei gli aveva chiesto di cosa parlava il libro il tizio in questione le aveva risposto che i libri mica li aveva letti.
“Si vede che fai questo lavoro con passione” mi dice.
Eccola lì, la parolina magica. Passione.

È la passione che ti spinge a tutta una serie di atteggiamenti, soprattutto mentali, che sono vitali per la tua attività.

Aggiornarsi.

Se sei appassionato di qualcosa ti sembra sempre di non saperne mai abbastanza. Aggiungiamo il fatto che ogni volta che leggi, ascolti, guardi un contenuto nuovo ti si aprono altre porte e ti poni altre domande.
In questo caso passione + curiosità = in spiaggia mi porto l’ultimo manuale di [inserire argomento] invece dell’ultimo bestsellerone.

Ispirarsi.

Chi davvero ama il proprio lavoro non smette mai di lavorare per davvero. Certo, magari si chiude la porta dell’ufficio dietro le spalle e ciaone per tutto il weekend, ma in un angolino della propria mente rimane sempre spazio per quel problema da risolvere, per quella soluzione da trovare.
Ed è proprio mentre si stacca e si sta facendo tutt’altro che si accende la famosa lampadina: eccola lì la soluzione, l’idea che mancava.

Prendersi cura (del cliente).

Io sono convinta che chi maltratta sistematicamente i clienti/utenti/pazienti o ne parla male non lo faccia (solo) perché si ritrova davanti gente improponibile. Semplicemente non ama quello che fa.

Non possono essere TUTTI stronzi. Non è proprio possibile. Il mondo è pieno di gente gentile e intelligente.
Se sono TUTTI stronzi magari sei tu a porti nella maniera sbagliata. Magari non dài le informazioni che servono per partire col piede giusto.
Non puoi dimenticarti che se riesci a sopravvivere con quello che fai lo devi anche al tuo cliente, che comunque ti puoi scegliere. Non ti piace? Senti che non ti rispetta? Non accettare il lavoro.
Non puoi scegliere con chi hai a che fare? Impara a comunicare, disinnesca il conflitto, porta il tuo interlocutore dove vuoi tu.

Solo la passione per quello che fai ti spinge ad essere curioso, ad aggiornarti, ad alzare l’asticella, a provare e riprovare, procedendo per tentativi ed errori.
Sono convinta che chi semina passione raccolga buoni frutti.