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Diventare Mentore di scrittura per i business

Un giorno Gioia Gottini ci propone sul suo gruppo di partecipare al programma Mentoring. In pratica si trattava di dare o ricevere consigli su un tema specifico attraverso un percorso di 7 settimane.
Ognuno mette gratuitamente a disposizione le proprie competenze diventando Mentore e può richiedere a sua volta di essere affiancato diventano un Mentee.

L’idea mi è piaciuta subito per tanti motivi: intanto era un modo per ripagare il gruppo di tutto ciò che mi ha dato in questi anni. Poi visto che volevo concentrarmi sulla scrittura per il business era un ottimo modo per capire come strutturare un servizio da offrire ai clienti e studiare il mio target.

Dunque mi sono candidata mettendo a disposizione delle Mansardine le mie competenze in fatto di comunicazione scritta nel mondo online. Sono arrivate parecchie candidature, al punto che con un po’ di dispiacere ho dovuto rimandarne alcune e rifiutarne altre.

Come funziona il mio percorso di Mentoring

Ho strutturato il mio percorso così: 5 incontri di un’ora, via Skype.
Il primo incontro serviva a conoscere la mia Mentee: chi è? Che lavoro fa? Ma soprattutto come parla? Che tono di voce usa? Che parole? Come parla del suo target? E di sé stessa e del suo lavoro? Dove sono le sue difficoltà? Nel buttare giù una frase o nel trovare argomenti? Insomma mi sono fatta i fattacci loro, e loro, c’è da dire, erano ben contente di raccontarmeli.

Da questo primo incontro e dai materiali che mi sono fatta spedire (blog, newsletter, esercizi di branding, ecc) ho strutturato gli altri incontri. Anche se il percorso poteva differire molto da persona a persona, gli obiettivi erano sempre gli stessi: capire chi sei tu, a chi stai scrivendo, cosa vuoi dire, come vuoi farlo e dove. (Avete presente le 6 funzioni della comunicazione? Ecco, quelle).

Mi sono accorta che c’erano dei problemi che ricorrevano più spesso.

“Non so cosa scrivere”

Il problema talvolta era proprio decidere cosa raccontare del proprio lavoro.
Le mie indicazioni sono state due.
Intanto scegliere: molto spesso le idee erano tante ma confuse e c’era un po’ la paura di precludersi delle possibilità, ma io ho chiesto alle mie Mentee di scegliere soltanto un servizio. Il tempo era poco e non potevamo fare tutto e si sono rese conto anche loro che focalizzarsi aiuta a scremare e fare ordine.

L’altra indicazione è stata quella di uscire dai propri panni e mettersi in quello dei propri clienti: la mappa dell’empatia è uno strumento molto utile, ma anche raccogliere domande, leggere i loro commenti e vedere il proprio lavoro con occhi nuovi aiuta a non dare per scontate le particolarità del proprio mestiere.

Abbiamo anche lavorato su alcune tattiche per costruire i testi veri propri: ad esempio io amo le mappe mentali.
Se hai una struttura di partenza è molto difficile che poi tu non sappia cosa scrivere o da che parte cominciare

Diventare Mentore: un dono prezioso

Intanto ho potuto lavorare con persone che vengono da ambiti molto diversi, con persone molto diverse tra loro. Questo mi ha permesso non solo di apprezzare le differenze ma anche di individuare le difficoltà ricorrenti, a prescindere dal settore.

Questa esperienza mi è servita anche per mettere a punto un servizio che lancerò a gennaio: sarà un percorso di Mentoring di Scrittura per il Business e sarà strutturato esattamente come quello che ho sperimentato in Mansardina.
5 incontri via Skype in un percorso personalizzato, con esercizi e correzioni.
Obiettivo? Dare strumenti, strategia e tattiche per scrivere bene senza perdere tanto tempo davanti alla pagina bianca.

Il Mentore nel Viaggio dell’eroe 

Il Mentore è uno degli archetipi del viaggio dell’eroe: è colui che insegna e istruisce l’eroe. Ma dà anche doni, come Obi-Wan Kenobi che dà la spada laser a Luke Skywalker. Oltre a dare informazioni preziose, fornisce motivazione e sprona l’Eroe a intraprendere il suo viaggio.

Ciò che Il viaggio dell’eroe non racconta è che aiutare l’Eroe spesso diventa un dono per il Mentore stesso.

Vuoi sapere quando lancerò il servizio di mentoring? Iscriviti alla newsletter e rimani aggiornata sulle novità!

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Smettila di trattare male i tuoi clienti

C’è una cosa che mi perplime sempre tantissimo quando vado nei negozi o sugli account/pagine online di professionisti e imprenditori: trovare un tono di fastidiosa sufficienza (se va bene) o di aggressiva insofferenza e perculo nei confronti dei clienti (che qui uso come sinonimo di utenti per comodità).

Ora, io non sono d’accordo sul fatto che il cliente abbia sempre ragione, ma se cominci a vedere solo clienti stronzi e maleducati qui c’è un problema. Ed è tuo, caro imprenditore.


Il cliente non capisce = tu stai dando qualcosa per scontato

Il mondo è pieno di gente gnugna, che non capisce, non legge, non sa. Ma a meno che tu voglia fare un trapianto di cervello a tutti i clienti gnugni devi prendere in considerazione un’eventualità.

Sei talmente immerso nel tuo mestiere e nel tuo settore che dài le cose per scontate.

Faccio un esempio: per me è scontato che cos’è una casa editrice. È anche scontato che al Salone Internazionale del Libro ci siano per lo più stand di case editrici, non fosse altro che nell’elenco che si trova sulla mappa, sul sito, sulla app ci sono milioni di editori/edizioni.

Eppure volete sapere quante persone sono venute allo stand chiedendoci se avevamo il libro di Piero Angela o il Diario di Anna Frank perché ‘ci hanno detto che ce l’hanno tutti’?

Tanti, TROPPI. Ma più che arrabbiarci ci siamo chiesti se forse va fatto un lavoro di (in)formazione. Perché sì, se vuoi che il tuo cliente compri, deve sapere cosa sta comprando, e deve poter capire perché tu a quel libro lì gli hai dato quel prezzo.


Il cliente non capisce = non hai dato tutto le informazioni che servono

Correlato al punto sopra, al cliente hai dato tutte le informazioni che servono? A cosa serve il tuo prodotto? Di cosa è fatto? In cosa consiste il tuo servizio? Come si svolge? Come devo interagire con i tuoi spazi? C’è un regolamento? È chiaro (e sintetico)?

Spesso leggo di imprenditori arrabbiati e stanchi dei clienti scemi, poi vado sulle loro pagine, sui loro siti e non trovo le informazioni che mi servono per comprare, pagare, interagire con loro.
Spesso non è chiaro cosa fanno, in cosa sono speciali, perché dovrei comprare da loro. Insomma mancano informazioni, mancano gli strumenti e la voglia di parlarmi.


Il cliente ti aggredisce = è spaventato e confuso

Spesso ti ritrovi clienti che ti aggrediscono, che usano toni che farebbero prendere in mano il lanciafiamme pure a Madre Teresa. E se non è assolutamente giustificabile in nessun caso essere aggressivi e maleducati, tu puoi con un po’ di buona comunicazione spegnere le fiamme e trasformare il tuo cliente in un alleato. Devi entrare però in empatia con la persona che hai davanti: è spaventata, confusa, per questo ti aggredisce. Esattamente come fanno gli animali.

Mettersi nei loro panni, dalla loro parte, fargli capire che vuoi aiutarli e che è nell’interesse di tutte e due trovare una soluzione per quanto possibile.


Il cliente ha domande = pappa buona per la tua comunicazione!  

Oh ma sempre le stesse domande! L’ennesimo cliente che mi chiede [inserire cosa assurda e/o ovvia a piacere]!

Sì, lo so, può essere una scocciatura rispondere sempre alla stessa domanda. Ma guarda che questo è tutto materiale buono per la tua comunicazione!

Scrivine un post sul blog, sulla tua pagina Facebook, fai un bel video, insomma approfittane e usa queste richieste per ripensare i tuoi prodotti, per variare le tue offerta, per arricchire la tua comunicazione.


Trattare male (pubblicamente) il cliente gnugnu = allontanare potenziali clienti

Ci sono casi disperati. Hai fatto tutto il possibile per spiegare, entrare in empatia ma la sola cosa da fare sarebbe mandare affangulo il cliente. MA non lo fare. Ricordati che quando comunichi non c’è solo il tuo interlocutore: altre persone vi stanno ascoltando. E se lì per lì possono ridere della risposta piccata e ironica del ristoratore che percula il cliente lamentoso, magari ci pensano due volte prima di entrare nel ristorante. Perché i disguidi, i piatti sbagliati capitano. E hanno già avuto prova del tipo di risposta che verrà riceveranno.

Lascia perdere chi dice ‘Ah, dopo questa sagacissima risposta vengo nel tuo locale.’ perché poi non lo fanno e a chiudere sei tu.   


Il cliente gnugnu sei tu

So che non vuoi sentirtelo dire ma la realtà è che siamo tutti il cliente gnugno di qualcuno. Pensa alla prima volta che hai deciso di comprare qualcosa di cui non sapevi granché, oppure a quella volta che hai fatto una domanda al commesso e ti sei beccato un f4 basito.

Alla fine non hai comprato, perché ti sei sentito imbarazzato, inadeguato, poco accompagnato. Magari hai comprato da qualche altra parte o hai lasciato perdere quel prodotto.

Alla fine è tutto qui (si fa per dire): siate le persone che vorreste trovarvi davanti.

Tipo questa ragazza mi pare tra il perplesso e il furibondo.
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Chiedere scusa: non metterti al centro

Chiedere scusa è difficile, ci viene insegnato da bambini ma spesso in maniera sbagliata.

Facciamo un casino, l’adulto ci acchiappa e ci ringhia: “Ora chiedi scusa”. Chiedere scusa diventa una punizione, una marcia della vergogna, un obbligo.

Il risultato è che quando diventiamo adulti e non c’è più qualcuno che ci obbliga a scusarci non lo facciamo. A meno che non siamo obbligati dal nostro gruppo sociale di riferimento.

E lì scatta la tragedia.

I social sono davvero un ottimo territorio in cui raccogliere scuse che non funzionano.

Faccio l’esempio di Rita Pavone.

I fatti sono questi: Rita Pavone scrive un tweet su Greta Thunberg.

“Quella ‘bimba’ con le treccine che lotta per il cambio climatico, non so perché ma mi mette a disagio. Sembra un personaggio da film horror…”

In tanti le fanno notare che magari no, non è una cosa da fare, per tanti motivi. Qualcuno le fa notare che Greta ha l’Asperger, informazione che definirei irrintracciabile: lo scrive lei stessa nella sua biografia su twitter.

Rita Pavone si scusa e lo fa così. Cioè male.

Mi scuso, ma solo perché Greta è malata.

E se fosse stata sana? Meritava di essere perculata?

Inoltre, ribadiamolo, l’Asperger non è una malattia. Basta qualche ricerchina su Google. Sciatteria e pigrizia non stanno bene con le scuse.

Mi scuso, ma i telegiornali non avevano mai detto che era malata.

Nel dubbio uno può anche stare zitto, non dire niente, proprio perché non sa chi c’è dietro. Inoltre, ricordiamolo, stai perculando una ragazzina di 16 anni. Andresti davanti a una scuola a farlo di persona? No? Ecco, appunto.

Mi scuso, ma la gente è brutta e cattiva e mi ha sbranato perché la penso diversamente da loro.

È vero, c’è gente che ti sbrana se la pensi diverso da loro. Se stai su internet, sei famosa e prendi una posizione allora devi anche calcolare che c’è questo rischio. Per questo quando si sostiene qualcosa bisogna argomentare bene ed essere, non dico inattaccabili, ma almeno preparati.

Aggiungo che se dici che ti hanno attaccato perché ‘la pensi diversamente’ stai ammettendo di aver pensato quello che dici. Cioè prima hai pensato e poi hai scritto, io non lo direi a gran voce.
E no, non ti attaccano perché la pensi diversamente. Ti attaccano perché pensavi di essere simpatica e sul pezzo. Invece sei stata solo offensiva.

 Non volevo offendere e non pensavo di creare scompiglio.

Hai sei anni? Perché se hai sei anni il tuo discorso è comprensibile, altrimenti no. Una persona adulta si prende la responsabilità di quello che fa e che dice, soprattutto in pubblico.

Ha preso come esempio le scuse di Rita Pavone ma avrei potuto prenderne ad esempio altre mille, tipo quelle di Augusto Casali, che seguono esattamente lo stesso schema.

Sono scuse inautentiche, che tradiscono esattamente il pensiero della persona che le fa, che accusano gli altri per sviare l’attenzione dal proprio grossolano errore.

Allora come si fa scusarsi? Ecco un po’ di suggerimenti:  

  • Non scusarti se non sei realmente dispiaciuto per le persone che hai offeso: perché si vede. Si vede tantissimo che non te ne frega niente. Se pensi di non aver offeso nessuno, di essere vittima del politically correct a tutti i costi fregatene di chi ti critica: non sono persone che ti interessano, che possono capire il tuo umorismo, che comprano i tuoi prodotti.
  • Se ti scusi, scusati e basta. Non devono esserci distinguo di sorta. Non è che ti scusi con qualcuno sì, perché ti fa comodo, e con qualcuno no. (Ci scusiamo con i cinesi, perché sono tanti. Con gli abitanti del Liechtenstein no, perché tanto sono pochi, che ce frega?).
  • Non fare la vittima: hai sbagliato, hai offeso, la vittima non sei tu. Non sottolineare quanto il tuo ego sia ferito. Al momento non è importante e non frega niente a nessuno.
  • Non usare la scusa dell’account hackerato: davvero, non ci crede più nessuno.
  • Se non ti sei spiegato bene, ok, spiegati, ma scusati per non aver usato le parole giuste. Le sceneggiate da incompreso anche no. Inoltre ragiona sul fatto che se non sai usare le parole forse è meglio lavorarci un po’ su oppure rinunciare a usare strumenti difficili come l’ironia.

Sbagliamo tutti, siamo fallibili e gli altri sono più che disponibili a perdonarci se ci percepiscono come sinceri. Poi ci sono quelli che si accaniranno, che non capiranno o non vorranno capire, ma se ritieni di aver fatto tutto quello che potevi allora direi che il problema è tutto loro.

Al centro delle scuse non ci siete voi e il vostro ego, ci sono gli altri. Le vostre scuse sono la dimostrazione che avete preso atto di aver ferito un’altra persona, e che non state solo cercando di riguadagnare il consenso degli altri.  

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Di cani usciti: ossia di quanto abbiamo bisogno di persone competenti in Rete

Tra dicembre e gennaio mi sono presa una pausa da Internet. Niente digital detox o robe simili, semplicemente ero al mare, al mare non abbiamo internet e quindi, salvo la disponibilità di qualche wifi a scrocco per controllare le email, ho fatto a meno di Facebook, Instagram e SocialRobe.
Un po’, lo dico onestamente, mi ero stufata: troppe polemiche, ci si indigna per l’argomento del giorno, le opinioni o sono bianche o sono nere, chiunque parli d’altro o cerchi di approfondire viene sistematicamente ignorato. Complice anche l’algoritmo di Facebook che ti lascia davvero poca scelta.

Poi qualche giorno fa è scattata l’ennesima polemica contro l’Accademia della Crusca.

Dopo il PetalosoGate avevo davvero voglia di lanciare il modem fuori della finestra, perché dribblare i post contro l’Accademia e il vituperio della lingua italiana era praticamente impossibile.

Ma mentre ero lì che inveivo contro l’atteggiamento approssimativo dei giornalisti e la pigrizia della gente che se deve leggere più di tre righe va in palla mi sono soffermata sui commenti.

Se i post contro l’Accademia erano tanti, i commenti di utenti che spiegavano perché la polemica non ha senso erano quasi pari.

E non erano certo tutti di linguisti.
Insomma una bella differenza rispetto ai tempi di petaloso.
E qui c’è da fare una riflessione: forse è vero che c’è tanta gente che non ha voglia di approfondire, che non vuole sentire ragioni, che non ha nessuna intenzione di ammettere un errore. Però è un fatto che la comunicazione costante, approfondita, coraggiosa, tenace, puntuale dell’Accademia della Crusca sta portando i suoi frutti.
Perché oltre a fare il suo lavoro (di consulenza, di formazione, di ricerca), l’Accademia non si è trincerata in una torre d’avorio, ma si è spesa tramite i social media per arrivare alle persone.

Ed è questo di cui abbiamo una grande urgenza oggi:

le persone competenti e autorevoli devono imparare a comunicare e pretendere attenzione.

Soprattutto in quegli spazi dove i ciarlatani proliferano, il complottismo e la pigrizia imperano, ci si indigna a casaccio e per sport.
[Ciao Feisbuc, ciao].

Oltre al sito ufficiale dell’Accademia della Crusca, vi segnalo la pagina Facebook e il profilo di Vera Gheno che oltre a curare il profilo Twitter dell’Accademia dice cose molto interessanti su come comunichiamo in rete.

Un ciaone petaloso a tutti voi.

[E comunque se vi sentite competente in qualcosa, e volete farlo sapere a tutti, io vi posso aiutare.]

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Ma c’è davvero bisogno di essere social?

Ma c'è davvero bisogno di essere social?

I social media hanno invaso definitivamente le nostre vite, le hanno sconvolte, hanno cambiato il nostro modo di relazionarci con gli altri, con l’informazione, con le aziende. Non c’è più una pubblicità in cui non compaia uno smartphone con gente che ci paciocca sopra, pure se si tratta dello spot della carta igienica.

Eppure la domanda non è mica tanto scontata (soprattutto se te la fanno a un corso di social media robe. Mica puoi cacciarli urlando “PENTITI INFEDELE!”): ma siamo sicuri che dobbiamo proprio esserci su ‘sti SocialCosi?

Partiamo da un presupposto: i social media sono fantasticissimi per tanti motivi.
Ti permettono di restare in contatto con le persone (che ami, ma anche no, dipende da quanto sei masochista).
Ti permettono di fare comunella con altri appassionati di onomatopee giapponesi come te, che vivi in un paesino di 1200 abitanti dei quali 1199 non sanno nemmeno cos’è un’onomatopea. Il restante 1 non sa dov’è il Giappone.
Insomma se usati bene, se non ti fanno venire l’ansia perché la tua compagna di liceo si è già sposata e tu no, se non li usi solo per convertire laggente al tuo credo o in alternativa litigarci fortissimo, i social media sono un gran cosa.

Se poi hai un’attività, gioisci: non devi spendere mille miliardi di euro per dire in TV che l’offerta dura solo fino a domenica. Con i social puoi raccontare quello fai, raccontarlo bene, a tante persone potenzialmente interessate, e secondo me, anche in maniera piuttosto creativa.

Però.
Però se mi chiedono, magari con aria spaventata o peggio che mai di sufficienza se bisogna per forza esserci, ecco, la mia risposta è:

via GIPHY

Ci sono vari motivi per cui, anche se hai un’attività, è meglio se i social media li lasci perdere.

  1. Non hai tempo/voglia/risorse per seguirli, studiarteli, sperimentare, fare formazione, delegare. I social media sono gratis nel senso che non devi pagare per iscriverti. Per tutto il resto devi sbatterti. Sì, anche se decidi di delegare.
  2. Pensi che la concorrenza ti spii, di conseguenza non racconti nulla di quello che fai davvero, è solo una sequela di annunci da volantino del supermercato. Ci sono un sacco di cose che puoi raccontare del tuo lavoro, di quello che fai senza che questo ti renda copiabile e vulnerabile.
  3. Ti manca la curiosità, la voglia di sperimentare, di ascoltare. Pensi che il popolo del webbe sia una massa di caproni, che seguono solo le mode (e tu non sei fra quelle mode). Se tratti la gente con sufficienza, credimi, si vede.
  4. Hai tutti i clienti che ti servono. Hai raggiunto perfettamente il tuo target e non stai pensando di proporre nuovi prodotti o aprire un nuovo punto vendita. O il tuo target i social media non li usa. O non li usa per comprare quello che vendi tu.

Esserci perché ci sono gli altri significa esserci male, a strattoni, con pagine Facebook mezze abbandonate, che danno un’impressione di sciatteria totale: meglio compilare bene la propria pagina su Google Business, tenere aggiornati numeri di telefono e orari, e bon, finita lì.

Il mondo per fortuna è fatto di sfumature e può essere che tu non sappia esattamente se è il caso o no di esserci, se ce la puoi fare o no a gestire la tua presenza online. Insomma se hai un dubbio possiamo parlarne.

 

 

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Recensioni false: non sono etiche, non sono economiche e non sono una scorciatoia

Qualche tempo fa uno scrittore mi contattò perché affiancassi l’ufficio stampa della sua casa editrice nella promozione del suo nuovo romanzo. Gli serviva qualcuno che lo aiutasse a promuoversi su internet e io che ho una certa esperienza in fatto di libri ho accettato.
Chiedo all’autore il libro, lo leggo, scrivo all’autore per discutere un po’ su come muoverci. Mi dice di mandargli tutto per email.
Dopo l’email mi telefona e mi dice che no, in realtà voleva che andassi in giro per la Rete a parlare del suo libro e a fargli recensioni, ovviamente anonime.
Ho gentilmente declinato dicendo che non era lavoro per me.

Lì per lì mi sono pure offesa: ma come? Studio come una scimmia per rimanere aggiornata su tutti i sussulti dell’algoritmo di Facebook, leggo 365 articoli al giorno + 120 manuali + 72 corsi su qualsiasi cosa che abbia a che fare con marketing, social network, comunicazione e affini. Sperimento, provo, spendo tempo ed energie per imparare e mettermi alla prova e poi mi si chiede di fare recensioni false?
Sbollita l’arrabbiatura mi sono però chiesta se l’autore in questione non avesse semplicemente realizzato che fare recensioni false non solo non era corretto ma non sarebbe servito proprio a niente. Così come non serve a niente acquistare ‘mi piace’ o follower o indirizzi email.

Forse avrei dovuto spiegarglielo indipendente poi dal fatto che volesse essere mio cliente o meno.
Lo faccio ora.

Non è facile: è molto più complicato di quello che sembra.

Andare in giro a fare recensioni false può sembrare semplice. Vai su IBS o su amazon, scrivi “Oddio oddio, questo libro mi ha cambiato la vita” e scappi.
Forse una volta avrebbe funzionato ma oggi gli utenti sono più sgamati. Se vedono una recensione anonima, e magari c’è solo quella, non si fidano. Se fai un profilo falso, gli utenti controlleranno se hai scritto altre recensioni. Se usi il tuo profilo ci mettono sei secondi a rintracciarti e a capire che la recensione è tutt’altro che onesta.

Non è veloce: ci vuole tempo e pazienza per non essere beccati.

Per fare le cose bene, ma bene bene, dovresti crearti una serie di profili falsi, con altrettante email false, cambiare IP tutte le volte. I profili dovrebbero essere un minimo credibili: quindi foto, bio, un po’ di dati giusto perché non sembri che l’hai creato ieri.
Capite che ci vuole tempo? Non sarebbe meglio spendere tempo a promuoversi bene?

Non è sicuro: il rischio di essere sgamati è altissimo.

Se per disgrazia qualcuno riesce a risalire a voi, e credetemi non è raro e non è difficile, sono cavoli amari. Perdi completamente credibilità. Tu in quel settore ci vuoi lavorare? Ecco, magari è meglio non far sentire nessuno preso in giro.

Non servono: perché una recensione funzioni deve avere autorevolezza.

Quali sono le recensioni a cui date credito? O sono di amici e quindi vi fidate perché li conoscete; oppure sono autorevoli, cioè si sono dimostrati esperti di un settore. E questa esperienza gli è stata riconosciuta anche da altre persone, autorevoli a loro volta.
Quando una recensione non è fatta da amici o da persone autorevoli siamo più diffidenti. Dei commenti non ci fidiamo per niente, e dei commenti di gente sconosciuta ci fidiamo poco. A meno che siano tanti, ma tanti tanti. (Oh, ma 100 persone che parlano bene di quel ristorante saranno mica tutte sceme e senza papille gustative!).
Quindi fare commenti e recensioni così, a casaccio, è perfettamente inutile.
Giusto un utente molto ma molto distratto potrebbe fidarsi così alla cieca e buttare via soldi e tempo dietro a un’opinione di un perfetto sconosciuto, col rischio poi che sia un’opinione interessata.

Non è corretto: il tuo pubblico deve potersi fidare di te.

Sembra scontato dirlo ma oggi le bugie si pagano carissime. Cosa pensereste del fruttivendolo che vi dice che quella zucca lì è buonissima, italiana, fresca fresca, e poi quando la aprite scoprite che è marcia? Che è un cialtrone. E se aveste la possibilità di dirlo a tutti i suoi clienti per evitare che accada di nuovo? Ecco, quella possibilità è internet.
Non si prende in giro il proprio pubblico. E una recensione falsa è esattamente quello, una presa in giro. Rispettate le persone a cui chiedete soldi e attenzione.

Pensate a come vi sentireste se aveste acquistato qualcosa solo perché avete dato retta a una recensione falsa.
Non vi sentireste truffati?

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Cose personali Social Cose e Internet

Perché non ci sono foto di mia figlia su Facebook

Io la questione foto, bambini & social me la sono posta molto prima di rimanere incinta, addirittura prima di pensare di avere figli.

Questo tema torna di grande attualità proprio ora che Fedez e Chiara Ferragni hanno annunciato di essere in dolce attesa e hanno pubblicato l’ecografia su internet.

È giusto/utile/necessario pubblicare le foto dei propri figli su internet?

Mi sono fatta diverse domande sulla questione. Ho cercato di rispondermi da sola.

Le foto di mia figlia interessano a qualcuno?

Da utente posso dirvi che sì, mi fa piacere vedere le foto dei figli delle persone che seguo, soprattutto se fanno parte della mia cerchia di amici e parenti. I figli sono una parte importantissima della loro vita. Poi spesso si tende a fotografarli quando sono sorridenti oppure intenti a fare cose belle e interessanti, quindi una botta di felicità.

L’ho già detto e lo ribadisco: alla fine sui social ci stiamo per (farci) raccontare cose straordinariamente quotidiane.

Però. Però settecentocinquanta foto tutte identiche di tuo figlio che sorride, mangia, mette in bocca un piede anche no. Per te sono straordinarie perché è tuo figlio, e ogni momento è prezioso, e i “mi piace” e i <3 fanno tanto piacere, però o mi racconti qualcosa che abbia un senso oppure semplicemente diventi noioso.

Siamo sicuri? E i nostri figli?

C’è poi un aspetto molto importante che è la sicurezza.

Poche balle, quando pubblichiamo la foto di un minore qualche rischio lo si corre. Leggo su questo articolo che cita una ricerca della «Australia’s New Children’s Safety», l’organismo australiano che ha il compito di monitorare la sicurezza dei minori online.

Dallo studio delle foto sequestrate nell’ambito delle ricerche di polizia contro la pedofilia sul web, si è riscontrato che nel 50% dei casi si tratta di milioni di immagini di bambini che svolgono le normali attività nel quotidiano come nuotare, fare sport e simili. Foto pubblicate, nella maggior parte dei casi dai propri stessi genitori.

Aggiungiamo che spesso diamo indicazioni anche abbastanza precise di dove abitiamo, dove siamo, cosa facciamo, ecc.

Mia figlia ne sarà felice? Adesso? Fra dieci anni?

Parlo poi da madre (e da figlia): io e Andrea abbiamo deciso di comune accordo di non pubblicare foto di Viola perché Viola è nostra figlia, sì, ma non è una nostra proprietà.

È una creaturina dipendente da noi, che ha bisogno delle nostre attenzioni, del nostro affetto, del nostro sostegno, ma questo non ci dà il diritto di esporla gratuitamente senza il suo consenso. Perché Viola diventerà grande e potrebbe non gradire. C’è anche chi ha denunciato i propri genitori per aver pubblicato le proprie foto su Facebook.

Quindi abbiamo deciso che tendenzialmente no. E siamo stati parecchi insistenti anche con nonni, zii e amici su questo punto.

Questo non significa che se facciamo una foto di famiglia in un contesto pubblico allora scatta la denuncia per chiunque brandisca una macchina fotografica.
Però c’è differenza tra questo tipo di foto e l’esposizione costante e insistente di un minore che spesso non ha voce in capitolo.

Ricordatevi che “ma tanto lo cancello” in Rete non funziona: in Rete difficilmente qualcosa va perso, tutto è facilmente replicabile e soprattutto non avete MAI il controllo completo di chi vede ciò che pubblicate.

Niente critike!11!1

Quando sono rimasta incinta sono cominciati a piovere commenti e giudizi su cosa dovevo fare e non fare. Io stessa ero partita con tutta una serie di preconcetti che poi ho dovuto smontare (cosa che costa sempre una certa fatica), quindi lungi da me giudicare le scelte degli altri genitori, però credo che ogni scelta vada fatta con consapevolezza. La consapevolezza passa attraverso l’informazione e facendosi tutte le domande del caso.

Quindi sicuri sicuri che sia proprio utile e necessario pubblicare la foto dei vostri pargoli mentre fanno il bagnetto?

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Sui social l’autenticità paga: guarda Gianni Morandi

Io non so se l’ho già detto, (sì che l’ho detto, un paio di post fa) ma le persone amano stare su internet perché possono raccontarsi, e perché a loro volta possono sentirsi raccontare storie dalle persone che hanno deciso di seguire.
A differenza della narrativa, dove c’è il “C’era una volta” a indicarci che stiamo per ascoltare una storia di finzione, sui Social ci aspettiamo che le persone e le aziende si raccontino per quello che sono, insomma che il racconto sia il più possibile autentico.
Pensate a Gianni Morandi e alle sue fotografie quotidiane che lo ritraggono mentre fa cose piuttosto banali.
Ci emoziona e ci coinvolge il fatto che un VIP sbucci fagioli come facciamo noi nelle nostre cucine.

Ricordate anche “lo scandalo” quando si scoprì che qualcuno gli dava una mano a gestire i suoi canali: era uscita una foto su Instagram nella cui didascalia in cui c’era scritto “mettila verso le 13 o 14”.

Questo fattaccio fece sì che molti lo percepissero come meno autentico, anche se a me sembrava abbastanza ovvio che non facesse tutto da solo.
Tuttavia Gianni rimane nei cuori e nei feed di 2,5 milioni di persone.
Perché? Perché fa esattamente quello che dovrebbe fare chiunque voglia promuoversi sui social network e in Rete: essere autentici, esporsi, sporcarsi le mani.
Capite che quando leggo post come quello di Franco Forte in cui alcuni suoi conoscenti gli consigliano di “‘incaricare qualcuno, possibilmente anonimo’ di occuparsi di queste cose, facendo promozione indiretta (e quindi a loro avviso più efficace), consentendomi di mantenere un certo ‘distacco’ dal ‘popolino che segue i social’” mi si gela il sangue.
Non pensiate che sia un pensiero poco diffuso perché una delle resistenze maggiori che incontro quando faccio consulenze è proprio quella di esporsi in prima persona.
Eppure se ci fate caso anche i grandi brand spesso rincorrono l’Effetto Genuinità: mostrando le cucine dove si prepara il ragù, o chi lavora la pasta all’uovo che troviamo nei supermercati, o la fattoria dove si allevano le mucche che fanno il latte del formaggio tanto buono e tanto sano.
Che in TV ti fa un po’ dire “sì sì, vabbè”, mentre sui Social volendo la narrazione può sembrare più autentica, anche quando è studiata a tavolino. Tu racconti i fatti tuoi come io racconto i fatti miei. E tutte le nostre storie finiscono nello stesso calderone.
Certo bisogna essere molto convinti del proprio prodotto per raccontarsi in maniera autentica, bisogna saper tirare fuori i contenuti, i propri punti forti attraverso le storie che emozionano le persone.
Capite quindi che l’idea di “incaricare qualcuno di promuoverti anonimamente per mantenere un certo distacco” non solo non funziona, ma non ha proprio senso.
Avete bisogno, al massimo, di persone che quella distanza ti aiutino ad annullarla.

Taccio poi sul discorso recensioni false e anonime. Anzi, ne parlo poi.

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PostPickr: riproporre i contenuti d’archivio

Qualche mese fa ho scoperto PostPickr grazie a Silvia Lanfranchi. È uno strumento che ti permette di gestire i tuoi social: puoi programmare i post su profili e pagine, ma anche su eventi di Facebook; hai un bel calendario su cui vedere tutta la tua programmazione, ma soprattutto puoi impostare le rubriche. Insomma rispetto agli altri che ho provato mi è sembrato più raffinato (e meno costoso, diciamocelo.)

Fonti, rubriche e smart feed sono secondo me il punto forte di PostPickr. Ti permettono di raccogliere e programmare contenuti che provengono da altre piattaforme, ad esempio pagine facebook, blog, ma anche Pinterest, Pocket, ecc.

Come li ho sfruttati?
Ad esempio, la pagina dei Nuovi Editori Indipendenti pubblica le novità di Intermezzi, Las Vegas edizioni, Miraggi e Neo, insomma funziona un po’ da aggregatore. Per automatizzare la pubblicazione dei post di Las Vegas edizioni, senza doverli condividere manualmente ogni volta, ho programmato PostPickr in modo che pubblichi gli aggiornamenti della pagina Facebook di Las Vegas edizioni su quella dei Nuovi Editori Indipendenti, tutti i giorni, alle 14, con il testo “Oggi da Las Vegas edizioni”. La pagina di Las Vegas edizioni risulta taggata.

Per la pagina di Andrea, invece, ho impostato un rubrica che ripropone i post sulla scrittura ogni giovedì. Ho importato i post dal blog di Andrea, scegliendo solo quelli dalla categoria Sulla scrittura. PostPickr infatti permette anche di scegliere i post di una sola categoria

Quest’ultimo impiego secondo me è molto utile perché permette di riproporre ciclicamente i post già pubblicati, ripescando quelli più vecchi. Tenete conto che la maggior parte dei lettori vi raggiunge tramite i vostri canali social, e che la visibilità di questi link è limitata, quindi ha senso riproporre contenuti a chi magari la prima volta non li ha letti.
Nel caso dei post sulla scrittura di Andrea aveva particolarmente senso ripubblicarli perché sono sempre interessanti, e valgono ora come tra sei mesi.

Insomma i buoni contenuti non scadono e PostPickr è un valido alleato per automatizzarne la riproposta e inserirli nel nostro calendario editoriale.