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Storie

Le storie creano connessioni (e non sempre ci fanno stare comodi)

Uno dei motivi per cui le storie sono importanti è perché ci spingono ad abbandonare le nostre scarpe per indossare quelle di qualcun altro e a metterci in viaggio.
Quando leggiamo (o guardiamo o ascoltiamo) ci abbandoniamo letteralmente a un altro mondo, a un’altra vita. Proviamo empatia. Anche simpatia, ma non è un requisito necessario per entrare nella storia.

A volte le storie ci connettono con realtà molto diverse dalla nostra, o che ci spiazzano, o che ci infastidiscono perché ci fanno entrare nei panni di qualcuno che è talmente diverso da noi, così estraneo, da cambiare la nostra percezione del mondo.

Per questo a volte le storie vengono rifiutate: come nel caso di questo utente che non voleva conoscere la storia di Malala perché si era fermata solo al velo che indossava.

È sempre interessante quando si propongono storie scomode, con personaggi brutti e cattivi (pensate a Breaking Bad) o peggio ancora con protagonisti che fanno sentire noi dalla parte del torto (pensate a Radici, dove i bianchi sono i veri nemici).

Oppure a renderci la vita difficile è il genere o il sesso dell’autore.
Con Las Vegas abbiamo pubblicato un western piuttosto atipico, con protagoniste femminili. Ve lo dico quanti uomini hanno rimesso giù il libro perché scritto da due donne? O preferite un antiacido?

Anche in pubblicità le storie possono spiazzarci con un messaggio che non ci aspetteremmo: mi viene in mente la pubblicità di Heineken con Nico Rosberg che… rifiuta di bere una birra.

O lo spot Ikea dove il protagonista è il figlio di due genitori separati.

Nelle storie si può cercare conferma e conforto, ma non deve essere necessariamente così.
Funziona, funziona raccontare storie scomode, fastidiose, che ci mettono in difficoltà, che ci spiazzano, che non ci dicono quello che vorremmo sentirci dire.

Raccontare la tua storia e quella del tuo prodotto ti connette con le persone, ma puoi farlo in tanti modi diversi: deve mettere in connessione te con il tuo pubblico e scegliere non è sempre semplice.

Se hai bisogno di capire come, qui ti spiego come posso aiutarti.

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Storie

Perché le storie sono fatte così?

 

Sapete come sono fatte le storie? Vi sembrerà una domanda bizzarra e la risposta istintiva potrebbe essere “Be’, ogni storia è fatta a modo suo”.
Eppure c’è chi le storie le ha studiate per capire cosa avessero in comune. A qualcuno non suonerà completamente nuovo lo schema di Propp o Il viaggio dell’eroe di Vogler. Entrambi questi signori, in tempi diversi e modi diversi, hanno cercato di trovare dei tasselli comuni che ci permettessero di capire come sono fatte le storie.
Ed è esattamente di questo che ci parla John Yorke in Into the woods (in italiano Viaggio nel bosco narrativo). Il sottotitolo è appunto “How stories work and why we tell them”, come funzionano le storie e perché.
Nel libro Yorke ci spiega diversi schemi (tre atti, cinque atti, otto atti) in cui sono state suddivise le storie.
Yorke mette a confronto diversi modelli ma poi alla fine il succo è uno: si parte, ci si inoltra nel bosco (oscuro, spaventoso, sconosciuto), e si torna cambiati.
Tesi, antitesi e sintesi.

Ma la domanda interessante è: perché le storie sono fatte così, proprio così?
Di risposte Yorke ne raccoglie diverse. Una riguarda il fatto che la sopravvivenza di un individuo dipende dalla sua capacità di adattarsi, di cambiare in base agli ostacoli che incontra.
E quindi le storie raccontano esattamente di questo, di gente che cambia, se non vuole uscire di scena malamente. Il tutto facendo leva sulla nostra capacità di empatizzare con il protagonista.
Insomma qui si parla di imparare: il protagonista impara qualcosa di prezioso, noi con lui, e questo ci trasforma in qualcosa di nuovo (tesi, antitesi, sintesi. Vedi?).

Un’altra risposta è che questo schema, questo archetipo ci permette di immagazzinare informazioni in maniera ordinata e tirarle fuori dal nostro cervello quando servono. Della serie: prova a trovare i calzini rossi se hai buttato tutto alla rinfusa nel cassetto!

Le altre teorie sono altrettanto interessanti ma ve le lascio scoprire da soli.

Yorke chiude però dicendo che c’è una risposta che mette d’accordo tutte le altre: cioè che raccontare storie ci aiuta a fare ordine nella nostra realtà, che altrimenti ci sembrerebbe solo un enorme pauroso caos senza senso.

Con le storie a guidarci, il bosco non fa più tanta paura.

 

 

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Guardami di Jennifer Egan ha raccontato i social network prima dei social network

[et_pb_section admin_label=”section”] [et_pb_row admin_label=”row”] [et_pb_column type=”4_4″][et_pb_text admin_label=”Text”] Quest’estate mi sono riletta Guardami di Jennifer Egan, forse la mia scrittrice preferita. Mi piace come scrive (una scrittura netta, furiosa, vivida), mi piacciono le sue storie, amo i suoi personaggi, sempre straordinari e mai macchiette. Ma questo post non è per farvi sentire in colpa di non aver ancora letto Jennifer Egan (Ora vi sentite un po’ in colpa? No? Male!). Quello che mi aveva colpito la prima volta (e anche la seconda) è il progetto in cui viene coinvolta Charlotte, la protagonista del libro, un’ex modella che ha subito un terribile incidente che l’ha sfigurata. Se tenete conto che il libro è stato pubblicato nel 2001 e l’autrice l’ha cominciato qualche anno prima, fa veramente impressione per quanto è visionario (e tralascio il tema del terrorismo: l’11 settembre non c’era ancora stato). Si tratta in pratica di una piattaforma in cui persone comuni da tutto il mondo, diverse per sesso, estrazione sociale, condizioni di vita, abitudini, ecc., raccontano la loro vita. Nel loro profilo sono presenti sezioni dedicate ai sogni, ai ricordi, alle aspirazioni, alle foto, ai video. Il tutto è raccontato in prima persona. Vi ricorda qualcosa? Thomas, il promotore del progetto, dà due osservazioni interessanti. Perché la gente dovrebbe dare in pasto la sua vita a una piattaforma del genere? Per «l’effetto che farà a Tizio sapere che ha un pubblico, che alla gente importa di lui, che suscita interesse». E perché il pubblico dovrebbe interessarsi a “Gente Comune”? Perché «La maggior parte di noi va disperatamente in cerca di esperienze autentiche». Che è esattamente il senso dei social network come Facebook: dimostrazione ne è che più un post, una foto, un video parla di cose che ci sono vicine, che ci riguardano, che ci raccontano in maniera autentica, più riceve reazioni. Certo il progetto raccontato in Guardami è profondamente differente rispetto a qualsiasi social network già solo per il fatto che queste esperienze sono mediate da professionisti (per raccontare la vita di Charlotte viene ingaggiata una (finta) giornalista che scriverà al posto suo, anche se in prima persona). Su Facebook invece siamo noi a raccontarci con i mezzi linguistici, narrativi e tecnologici che abbiamo. Aggiungiamo che nella piattaforma raccontata nel libro non viene data grande importanza all’interazione tra utenti: insomma niente ‘Mi piace’, niente condivisioni. Tuttavia colpisce come la narrativa, come l’immaginazione di chi scrive storie, spesso tenda a vedere più in là, a prevedere e forse anche a predisporci e ad ispirarci al cambiamento che verrà. [/et_pb_text][/et_pb_column] [/et_pb_row] [/et_pb_section]