Carlotta Borasio https://www.carlottaborasio.it comunicazione, contenuti e creatività Fri, 19 Jun 2020 13:33:08 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.4.2 6 elementi per capire come funziona la comunicazione https://www.carlottaborasio.it/2020/06/16/6-elementi-per-capire-come-funziona-la-comunicazione/ https://www.carlottaborasio.it/2020/06/16/6-elementi-per-capire-come-funziona-la-comunicazione/#respond Tue, 16 Jun 2020 16:59:21 +0000 https://www.carlottaborasio.it/?p=2065 L’estate scorsa ho scelto come lettura da ombrellone Il nuovo libro della comunicazione di Ugo Volli. Ho voluto leggerlo perché mi pareva di star acquisendo tutta una serie di nozioni e competenze che però avevano bisogno di un impianto teorico che io non avevo, visto che a Lettere avevo fatto molta Linguistica ma poca Teoria […]

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L’estate scorsa ho scelto come lettura da ombrellone Il nuovo libro della comunicazione di Ugo Volli. Ho voluto leggerlo perché mi pareva di star acquisendo tutta una serie di nozioni e competenze che però avevano bisogno di un impianto teorico che io non avevo, visto che a Lettere avevo fatto molta Linguistica ma poca Teoria della Comunicazione. 

Ho fatto bene perché proprio nelle prime pagine mi sono imbattuta in Roman Jakobson e in uno schema che poi mi ha fatto da guida quando ho strutturato il mio corso di scrittura per il web e i miei percorsi personalizzati

Intanto facciamo i dovuti distinguo: qui si parla di comunicazione verbale, cioè quando parliamo o scriviamo.

Per comunicare a parole abbiamo bisogno di 6 elementi

Per spiegarli vi racconto di Francesca:
Francesca [emittente] su Instagram [contatto o canale] presenta la sua nuova collezione di bomboniere [messaggio] alle sue clienti affezionate [destinatario]. Lo fa in italiano corretto e usando gli hashtag giusti [codice], proprio a febbraio quando le future spose stanno decidendo i dettagli per il loro matrimonio [contesto].

Insomma l’emittente invia un messaggio al destinatario (emittente e destinatario possono essere persone, gruppi, istituzioni). L’emittente usa un codice che dovrà essere almeno parzialmente comune al destinatario. Attraverso un canale (la voce, Instagram, pizzino di carta con piccione viaggiatore) in un determinato contesto, cioè in una realtà fisica, sociale, culturale. 

Queste funzioni dovrebbero esserci sempre tutte, altrimenti la comunicazione non avviene

Quando uno di questi elementi prevale, la comunicazione assume funzioni diverse

Ad esempio: 

Clicca qui! ha una funzione conativa, cioè chiede al destinatario di fare qualcosa, di ‘farlo muovere’. 

Sono davvero sconcertato… ha una funzione emotiva perché si concentra su quello che succede all’emittente. 

PRONTO, CHI PARLA?! NON SENTO! ha una funzione fàtica per perché zia Peppina che è un po’ sorda sta sottolineando il malfunzionamento del canale (uditivo o telefonico, non si sa). 

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Perché sapere com’è fatta la comunicazione è importante?

Perché altrimenti parole come target, CTA, tono di voce, personal branding sono tutti pezzettini scollegati, termini magari altisonanti ma non coerenti

Fare una strategia, pensare un contenuto significa intanto capire a cosa corrispondono per noi i 6 elementi che fanno sì che una comunicazione avvenga: chi sono io, chi sono gli altri, dove, come, quando sto lanciando il mio messaggio?

Insomma se sappiamo che gli ingranaggi della comunicazione sono questi e ci facciamo domande su come girano, le nostre parole saranno sicuramente più efficaci. 

Nei prossimi post ognuno di questi elementi diventerà l’espediente per affrontare un aspetto diverso della comunicazione online, per imparare a raccontarsi sempre meglio e con maggior consapevolezza. 

Restate connessi? [Funzione conativa]

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Diventare Mentore di scrittura per i business https://www.carlottaborasio.it/2019/12/20/diventare-mentore-di-scrittura-per-i-business/ https://www.carlottaborasio.it/2019/12/20/diventare-mentore-di-scrittura-per-i-business/#comments Fri, 20 Dec 2019 15:36:42 +0000 https://www.carlottaborasio.it/?p=1309 Diventare il Mentore di qualcuno, mettere gratuitamente a disposizione delle persone le proprie competenze: vi racconto com'è andata.

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Un giorno Gioia Gottini ci propone sul suo gruppo di partecipare al programma Mentoring. In pratica si trattava di dare o ricevere consigli su un tema specifico attraverso un percorso di 7 settimane.
Ognuno mette gratuitamente a disposizione le proprie competenze diventando Mentore e può richiedere a sua volta di essere affiancato diventano un Mentee.

L’idea mi è piaciuta subito per tanti motivi: intanto era un modo per ripagare il gruppo di tutto ciò che mi ha dato in questi anni. Poi visto che volevo concentrarmi sulla scrittura per il business era un ottimo modo per capire come strutturare un servizio da offrire ai clienti e studiare il mio target.

Dunque mi sono candidata mettendo a disposizione delle Mansardine le mie competenze in fatto di comunicazione scritta nel mondo online. Sono arrivate parecchie candidature, al punto che con un po’ di dispiacere ho dovuto rimandarne alcune e rifiutarne altre.

Come funziona il mio percorso di Mentoring

Ho strutturato il mio percorso così: 5 incontri di un’ora, via Skype.
Il primo incontro serviva a conoscere la mia Mentee: chi è? Che lavoro fa? Ma soprattutto come parla? Che tono di voce usa? Che parole? Come parla del suo target? E di sé stessa e del suo lavoro? Dove sono le sue difficoltà? Nel buttare giù una frase o nel trovare argomenti? Insomma mi sono fatta i fattacci loro, e loro, c’è da dire, erano ben contente di raccontarmeli.

Da questo primo incontro e dai materiali che mi sono fatta spedire (blog, newsletter, esercizi di branding, ecc) ho strutturato gli altri incontri. Anche se il percorso poteva differire molto da persona a persona, gli obiettivi erano sempre gli stessi: capire chi sei tu, a chi stai scrivendo, cosa vuoi dire, come vuoi farlo e dove. (Avete presente le 6 funzioni della comunicazione? Ecco, quelle).

Mi sono accorta che c’erano dei problemi che ricorrevano più spesso.

“Non so cosa scrivere”

Il problema talvolta era proprio decidere cosa raccontare del proprio lavoro.
Le mie indicazioni sono state due.
Intanto scegliere: molto spesso le idee erano tante ma confuse e c’era un po’ la paura di precludersi delle possibilità, ma io ho chiesto alle mie Mentee di scegliere soltanto un servizio. Il tempo era poco e non potevamo fare tutto e si sono rese conto anche loro che focalizzarsi aiuta a scremare e fare ordine.

L’altra indicazione è stata quella di uscire dai propri panni e mettersi in quello dei propri clienti: la mappa dell’empatia è uno strumento molto utile, ma anche raccogliere domande, leggere i loro commenti e vedere il proprio lavoro con occhi nuovi aiuta a non dare per scontate le particolarità del proprio mestiere.

Abbiamo anche lavorato su alcune tattiche per costruire i testi veri propri: ad esempio io amo le mappe mentali.
Se hai una struttura di partenza è molto difficile che poi tu non sappia cosa scrivere o da che parte cominciare

Diventare Mentore: un dono prezioso

Intanto ho potuto lavorare con persone che vengono da ambiti molto diversi, con persone molto diverse tra loro. Questo mi ha permesso non solo di apprezzare le differenze ma anche di individuare le difficoltà ricorrenti, a prescindere dal settore.

Questa esperienza mi è servita anche per mettere a punto un servizio che lancerò a gennaio: sarà un percorso di Mentoring di Scrittura per il Business e sarà strutturato esattamente come quello che ho sperimentato in Mansardina.
5 incontri via Skype in un percorso personalizzato, con esercizi e correzioni.
Obiettivo? Dare strumenti, strategia e tattiche per scrivere bene senza perdere tanto tempo davanti alla pagina bianca.

Il Mentore nel Viaggio dell’eroe

Il Mentore è uno degli archetipi del viaggio dell’eroe: è colui che insegna e istruisce l’eroe. Ma dà anche doni, come Obi-Wan Kenobi che dà la spada laser a Luke Skywalker. Oltre a dare informazioni preziose, fornisce motivazione e sprona l’Eroe a intraprendere il suo viaggio.

Ciò che Il viaggio dell’eroe non racconta è che aiutare l’Eroe spesso diventa un dono per il Mentore stesso.

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Noi siamo La specie creativa: istruzioni per diventarlo davvero https://www.carlottaborasio.it/2019/10/28/specie-creativa-istruzioni/ https://www.carlottaborasio.it/2019/10/28/specie-creativa-istruzioni/#respond Mon, 28 Oct 2019 18:12:03 +0000 https://www.carlottaborasio.it/?p=1300 Siamo una specie creativa per natura eppure. Eppure ci sono ostacoli e facilitatori che possono determinare quanto possiamo fare qualcosa di nuovo e utile per la società in cui viviamo.

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Vedo questo libro allo stand di Codice edizioni e me ne innamoro subito: si intitola La specie creativa: l’ingegno umano che dà forma al mondo.
Un volume dalla copertina rigida con un sacco di illustrazioni. È scritto da un compositore musicale, Anthony Brandt, e da un neuroscienziato, David Eagleman.


E punta su una premessa davvero allettante:

Facciamo parte di un grande albero genealogico di specie animali. Perché allora le mucche non creano coreografie di balletti? Perché gli scoiattoli non progettano ascensori per raggiungere la cima degli alberi? Perché gli alligatori non inventano motoscafi? Un ritocco evolutivo negli algoritmi del cervello umano ci ha permesso di “assorbire” il mondo che ci circonda e di crearne versioni nuove e alternative che rispondono alla domanda “E se facessi così?”. Questo libro è dedicato a quel software creativo: come funziona, perché ne siamo provvisti, come lo usiamo e soprattutto dove ci sta portando.

Insomma una sorta di reverse engineering della creatività umana

Tre B per capire come funziona il nostro cervello quando crea

Bending, Breaking and Blending ossia piegare, frammentare e mischiare: sono questi i procedimenti che il nostro cervello usa per creare qualcosa di nuovo. 
In La specie creativa Brandt e Eagleman usano due esempi diversi per mostrare come funzionano concretamente. 

Il primo riguarda l’Apollo 13 e di come gli ingegneri della NASA tirarono giù gli astronauti, altrimenti spacciati, smontando la navicella, usando pezzi destinati per altri scopi e rimontandoli.
Poi c’è Picasso con Les demoiselles d’Avignon, che mescolò, frammentò e piegò per ottenere uno dei quadri più innovativi della sua epoca. 

“La nostra civiltà fiorisce a partire da queste ramificazioni zigzaganti che spuntano dalle derivazioni, dai riassemblamenti e dalle ricombinazioni.”

L’arte che ci porterà nello Spazio

All’arte viene dedicato molto spazio, ma soprattutto se ne parla come strumento necessario per fare innovazione.
L’arte infatti è un ottimo campo di addestramento per il bending/breaking/blending. Fornisce esempi che allenano la mente a pensare in un certo modo.
E quindi male fa chi si occupa di educazione ed esclude l’arte dai programmi scolastici perché con l’arte non si mangia.

Sbagliare ci renderà ricchi

Se pensate che sbagliare vi farà fallire, be’, è comprensibile ma non è necessariamente vero.
C’era una volta la 3Company, campionessa di innovazione. Fino al 2000. Quando arriva un amministratore delegato che nel tentativo di massimizzare i profitti decide di mettere le catene al dipartimento di ricerca e sviluppo. Il dipartimento doveva comunicare qualsiasi variazione nel processo produttivo, che veniva valutata in base a quanto rendeva nell’immediato.
Risultato? – 20% di vendite sui nuovi prodotti.
Appena è arrivato un nuovo amministratore delegato che ha lasciato carta bianca al dipartimento di ricerca e sviluppo le vendite si sono riprese. 

Questo perché si innova quando si osa e si tenta, perché quando proliferano le idee si hanno più possibilità di fare qualcosa di davvero nuovo e di davvero utile. 

In realtà anche le idee sbagliate sono un passo avanti perché rivelano problematiche che, una volta risolte, ci avvicinano di più alla soluzione. Il concetto di “scappatelle mentali ” (idea flings) potrebbe forse rendere meglio il concetto, perché indica cose che ipotizziamo ma poi lasciamo andare. Il processo di diversificazione e selezione è la base dell’invenzione nel mondo. Alla fine, comunque, il percorso zìgzagante della nostra specie è determinato non dalla pletora di idee che generiamo, ma dalle poche che scegliamo di seguire.

Razzismo, xenofobia, sessismo: quanta meraviglia abbiamo perso? 

Un capitolo interessante è quello dedicato ai pregiudizi che hanno impedito alle persone con delle potenzialità di esprimersi all’interno di una società danneggiando la società stessa.

Sapete quale fu uno dei motivi per cui la Germania nazista non vinse la corsa al nucleare? Perché i tedeschi bollarono le teorie di Einstein come “scienza ebraica” e quindi non attendibili. C’era addirittura chi sosteneva che queste teorie servissero a indurre il popolo tedesco in errore. 

Insomma tutti i pregiudizi che impediscono a qualcuno di contribuire alla società in cui vive diminuisce il proliferare di opzioni. E quindi anche di avere idee innovative, che funzionano.    

Insomma imparare, sbagliare, aprirsi, cambiare, provare senza arrendersi, non censurarsi, non escludere le persone ed educarle, invece, alla creatività. Questo è ciò che dobbiamo fare per essere ciò che siamo: una specie creativa, per natura.

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Scaccia la vocina che ti dice che ne hanno già parlato tutti https://www.carlottaborasio.it/2019/06/24/ne-hanno-parlato-tutti-originalita/ https://www.carlottaborasio.it/2019/06/24/ne-hanno-parlato-tutti-originalita/#respond Mon, 24 Jun 2019 09:53:23 +0000 https://www.carlottaborasio.it/?p=1274 ‘Ma non ne hanno già parlato tutti? Come faccio ad aggiungere qualcosa di nuovo?’ Questa è l’obiezione che mi fanno spesso quando consiglio ai miei clienti di partire da ciò di cui sono competenti, dal loro lavoro, dalla loro esperienza. Alla ricerca dell’originalità Il timore è di non poter aggiungere niente di nuovo, di dire […]

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‘Ma non ne hanno già parlato tutti? Come faccio ad aggiungere qualcosa di nuovo?’

Questa è l’obiezione che mi fanno spesso quando consiglio ai miei clienti di partire da ciò di cui sono competenti, dal loro lavoro, dalla loro esperienza.

Alla ricerca dell’originalità

Il timore è di non poter aggiungere niente di nuovo, di dire quello che hanno già detto tutti, di risultare poco originali.

Ora, secondo me, l’originalità non esiste (Ah, le frasi da Vaffanguru). Se vi dico che ho scritto una storia in cui c’è lei, lui e poi arriva l’altro? Scommetto che, così al volo, mi sapete citare 10 romanzi, film, esperienze di amici, in cui capita esattamente la stessa cosa.

Se la gente si fosse stufata di queste storie non ne vedremmo più, giusto?

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Vale lo stesso per qualsiasi altro tipo di contenuto.

L’originalità sta negli occhi di chi guarda

A mio parere l’originalità sta molto a chi legge. Se io non ho mai letto niente di un certo argomento mi basterà il più banale dei post per aprire porte che mai avrei pensato che esistessero.

Immaginate di portare uno smartphone nell’800. Immaginate le reazioni.

L’originalità sta nella forma, nello stile, nella scelta

Ci si va venire di questi dubbi se il metro di confronto è quello dell’informazione pura e nuda. Ma noi quando scriviamo non trasmettiamo solo un’informazione, un dato, un fatto. Facciamo anche delle scelte di stile, di tono, di parole, di mezzo che fanno un’enorme differenza. 

E il punto di vista? E l’immagine che inseriamo nel post?

L’originalità sta nelle persone

Quando dico che non esistono lavori noiosi, intendo che laddove ci sono persone ci sono cose interessanti da raccontare. Quello che manca spesso sono gli strumenti e le competenze per individuare gli elementi interessanti, come strutturarli e come raccontarli.

Le persone poi comprano da altre persone, si innamorano non solo del prodotto ma anche di tutto ciò che ci sta dietro, dei valori che quel paio di scarpe portano con sé. 

Un occhio esterno

Tutte le volte che faccio una consulenza penso ‘Ma questa è una storia interessantissima! Ma qui c’è materiale per un libro’ (scusate, deformazione professionale).

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Ora, il romanzo e i post di un blog che servono a promuovere un prodotto sono due cose diverse, ma sono fermamente convinta che se uno stabilisce che il blog è un canale che vale la pena coltivare, per farsi trovare e comprare dal suo target, allora è solo questione di lavorarci su.

È utile trovare un occhio anzi, un orecchio esterno che ti faccia notare che quella roba lì, che tu dài per scontata, non è scontata per niente.

Perché tu conosci benissimo il tuo lavoro e hai interiorizzato informazioni, competenze, concetti e pratiche al punto che fanno parte di te. Per questo che sai quanto vale il tuo lavoro. Ma i tuoi clienti no, spesso non sanno niente di te, del tuo lavoro e di come lo fai tu. Non sanno perché hanno bisogno di te, proprio di te.

Dunque abbasso l’originalità e mettiti a scrivere.

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Smettila di trattare male i tuoi clienti https://www.carlottaborasio.it/2019/05/18/trattare-male-clienti/ https://www.carlottaborasio.it/2019/05/18/trattare-male-clienti/#respond Sat, 18 May 2019 14:32:19 +0000 https://www.carlottaborasio.it/?p=1260 C’è una cosa che mi perplime sempre tantissimo quando vado nei negozi o sugli account/pagine online di professionisti e imprenditori: trovare un tono di fastidiosa sufficienza (se va bene) o di aggressiva insofferenza e perculo nei confronti dei clienti (che qui uso come sinonimo di utenti per comodità). Ora, io non sono d’accordo sul fatto […]

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C’è una cosa che mi perplime sempre tantissimo quando vado nei negozi o sugli account/pagine online di professionisti e imprenditori: trovare un tono di fastidiosa sufficienza (se va bene) o di aggressiva insofferenza e perculo nei confronti dei clienti (che qui uso come sinonimo di utenti per comodità).

Ora, io non sono d’accordo sul fatto che il cliente abbia sempre ragione, ma se cominci a vedere solo clienti stronzi e maleducati qui c’è un problema. Ed è tuo, caro imprenditore.


Il cliente non capisce = tu stai dando qualcosa per scontato

Il mondo è pieno di gente gnugna, che non capisce, non legge, non sa. Ma a meno che tu voglia fare un trapianto di cervello a tutti i clienti gnugni devi prendere in considerazione un’eventualità.

Sei talmente immerso nel tuo mestiere e nel tuo settore che dài le cose per scontate.

Faccio un esempio: per me è scontato che cos’è una casa editrice. È anche scontato che al Salone Internazionale del Libro ci siano per lo più stand di case editrici, non fosse altro che nell’elenco che si trova sulla mappa, sul sito, sulla app ci sono milioni di editori/edizioni.

Eppure volete sapere quante persone sono venute allo stand chiedendoci se avevamo il libro di Piero Angela o il Diario di Anna Frank perché ‘ci hanno detto che ce l’hanno tutti’?

Tanti, TROPPI. Ma più che arrabbiarci ci siamo chiesti se forse va fatto un lavoro di (in)formazione. Perché sì, se vuoi che il tuo cliente compri, deve sapere cosa sta comprando, e deve poter capire perché tu a quel libro lì gli hai dato quel prezzo.


Il cliente non capisce = non hai dato tutto le informazioni che servono

Correlato al punto sopra, al cliente hai dato tutte le informazioni che servono? A cosa serve il tuo prodotto? Di cosa è fatto? In cosa consiste il tuo servizio? Come si svolge? Come devo interagire con i tuoi spazi? C’è un regolamento? È chiaro (e sintetico)?

Spesso leggo di imprenditori arrabbiati e stanchi dei clienti scemi, poi vado sulle loro pagine, sui loro siti e non trovo le informazioni che mi servono per comprare, pagare, interagire con loro.
Spesso non è chiaro cosa fanno, in cosa sono speciali, perché dovrei comprare da loro. Insomma mancano informazioni, mancano gli strumenti e la voglia di parlarmi.


Il cliente ti aggredisce = è spaventato e confuso

Spesso ti ritrovi clienti che ti aggrediscono, che usano toni che farebbero prendere in mano il lanciafiamme pure a Madre Teresa. E se non è assolutamente giustificabile in nessun caso essere aggressivi e maleducati, tu puoi con un po’ di buona comunicazione spegnere le fiamme e trasformare il tuo cliente in un alleato. Devi entrare però in empatia con la persona che hai davanti: è spaventata, confusa, per questo ti aggredisce. Esattamente come fanno gli animali.

Mettersi nei loro panni, dalla loro parte, fargli capire che vuoi aiutarli e che è nell’interesse di tutte e due trovare una soluzione per quanto possibile.


Il cliente ha domande = pappa buona per la tua comunicazione!  

Oh ma sempre le stesse domande! L’ennesimo cliente che mi chiede [inserire cosa assurda e/o ovvia a piacere]!

Sì, lo so, può essere una scocciatura rispondere sempre alla stessa domanda. Ma guarda che questo è tutto materiale buono per la tua comunicazione!

Scrivine un post sul blog, sulla tua pagina Facebook, fai un bel video, insomma approfittane e usa queste richieste per ripensare i tuoi prodotti, per variare le tue offerta, per arricchire la tua comunicazione.


Trattare male (pubblicamente) il cliente gnugnu = allontanare potenziali clienti

Ci sono casi disperati. Hai fatto tutto il possibile per spiegare, entrare in empatia ma la sola cosa da fare sarebbe mandare affangulo il cliente. MA non lo fare. Ricordati che quando comunichi non c’è solo il tuo interlocutore: altre persone vi stanno ascoltando. E se lì per lì possono ridere della risposta piccata e ironica del ristoratore che percula il cliente lamentoso, magari ci pensano due volte prima di entrare nel ristorante. Perché i disguidi, i piatti sbagliati capitano. E hanno già avuto prova del tipo di risposta che verrà riceveranno.

Lascia perdere chi dice ‘Ah, dopo questa sagacissima risposta vengo nel tuo locale.’ perché poi non lo fanno e a chiudere sei tu.   


Il cliente gnugnu sei tu

So che non vuoi sentirtelo dire ma la realtà è che siamo tutti il cliente gnugno di qualcuno. Pensa alla prima volta che hai deciso di comprare qualcosa di cui non sapevi granché, oppure a quella volta che hai fatto una domanda al commesso e ti sei beccato un f4 basito.

Alla fine non hai comprato, perché ti sei sentito imbarazzato, inadeguato, poco accompagnato. Magari hai comprato da qualche altra parte o hai lasciato perdere quel prodotto.

Alla fine è tutto qui (si fa per dire): siate le persone che vorreste trovarvi davanti.

Tipo questa ragazza mi pare tra il perplesso e il furibondo.

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Chiedere scusa: non metterti al centro https://www.carlottaborasio.it/2019/03/17/chiedere-scusa-social/ https://www.carlottaborasio.it/2019/03/17/chiedere-scusa-social/#comments Sun, 17 Mar 2019 18:02:33 +0000 https://www.carlottaborasio.it/?p=1136 Chiedere scusa è difficile, ci viene insegnato da bambini ma spesso in maniera sbagliata. Facciamo un casino, l’adulto ci acchiappa e ci ringhia: “Ora chiedi scusa”. Chiedere scusa diventa una punizione, una marcia della vergogna, un obbligo. Il risultato è che quando diventiamo adulti e non c’è più qualcuno che ci obbliga a scusarci non […]

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Chiedere scusa è difficile, ci viene insegnato da bambini ma spesso in maniera sbagliata.

Facciamo un casino, l’adulto ci acchiappa e ci ringhia: “Ora chiedi scusa”. Chiedere scusa diventa una punizione, una marcia della vergogna, un obbligo.

Il risultato è che quando diventiamo adulti e non c’è più qualcuno che ci obbliga a scusarci non lo facciamo. A meno che non siamo obbligati dal nostro gruppo sociale di riferimento.

E lì scatta la tragedia.

I social sono davvero un ottimo territorio in cui raccogliere scuse che non funzionano.

Faccio l’esempio di Rita Pavone.

I fatti sono questi: Rita Pavone scrive un tweet su Greta Thunberg.

“Quella ‘bimba’ con le treccine che lotta per il cambio climatico, non so perché ma mi mette a disagio. Sembra un personaggio da film horror…”

In tanti le fanno notare che magari no, non è una cosa da fare, per tanti motivi. Qualcuno le fa notare che Greta ha l’Asperger, informazione che definirei irrintracciabile: lo scrive lei stessa nella sua biografia su twitter.

Rita Pavone si scusa e lo fa così. Cioè male.

Mi scuso, ma solo perché Greta è malata.

E se fosse stata sana? Meritava di essere perculata?

Inoltre, ribadiamolo, l’Asperger non è una malattia. Basta qualche ricerchina su Google. Sciatteria e pigrizia non stanno bene con le scuse.

Mi scuso, ma i telegiornali non avevano mai detto che era malata.

Nel dubbio uno può anche stare zitto, non dire niente, proprio perché non sa chi c’è dietro. Inoltre, ricordiamolo, stai perculando una ragazzina di 16 anni. Andresti davanti a una scuola a farlo di persona? No? Ecco, appunto.

Mi scuso, ma la gente è brutta e cattiva e mi ha sbranato perché la penso diversamente da loro.

È vero, c’è gente che ti sbrana se la pensi diverso da loro. Se stai su internet, sei famosa e prendi una posizione allora devi anche calcolare che c’è questo rischio. Per questo quando si sostiene qualcosa bisogna argomentare bene ed essere, non dico inattaccabili, ma almeno preparati.

Aggiungo che se dici che ti hanno attaccato perché ‘la pensi diversamente’ stai ammettendo di aver pensato quello che dici. Cioè prima hai pensato e poi hai scritto, io non lo direi a gran voce.
E no, non ti attaccano perché la pensi diversamente. Ti attaccano perché pensavi di essere simpatica e sul pezzo. Invece sei stata solo offensiva.

 Non volevo offendere e non pensavo di creare scompiglio.

Hai sei anni? Perché se hai sei anni il tuo discorso è comprensibile, altrimenti no. Una persona adulta si prende la responsabilità di quello che fa e che dice, soprattutto in pubblico.

Ha preso come esempio le scuse di Rita Pavone ma avrei potuto prenderne ad esempio altre mille, tipo quelle di Augusto Casali, che seguono esattamente lo stesso schema.

Sono scuse inautentiche, che tradiscono esattamente il pensiero della persona che le fa, che accusano gli altri per sviare l’attenzione dal proprio grossolano errore.

Allora come si fa scusarsi? Ecco un po’ di suggerimenti:  

  • Non scusarti se non sei realmente dispiaciuto per le persone che hai offeso: perché si vede. Si vede tantissimo che non te ne frega niente. Se pensi di non aver offeso nessuno, di essere vittima del politically correct a tutti i costi fregatene di chi ti critica: non sono persone che ti interessano, che possono capire il tuo umorismo, che comprano i tuoi prodotti.
  • Se ti scusi, scusati e basta. Non devono esserci distinguo di sorta. Non è che ti scusi con qualcuno sì, perché ti fa comodo, e con qualcuno no. (Ci scusiamo con i cinesi, perché sono tanti. Con gli abitanti del Liechtenstein no, perché tanto sono pochi, che ce frega?).
  • Non fare la vittima: hai sbagliato, hai offeso, la vittima non sei tu. Non sottolineare quanto il tuo ego sia ferito. Al momento non è importante e non frega niente a nessuno.
  • Non usare la scusa dell’account hackerato: davvero, non ci crede più nessuno.
  • Se non ti sei spiegato bene, ok, spiegati, ma scusati per non aver usato le parole giuste. Le sceneggiate da incompreso anche no. Inoltre ragiona sul fatto che se non sai usare le parole forse è meglio lavorarci un po’ su oppure rinunciare a usare strumenti difficili come l’ironia.

Sbagliamo tutti, siamo fallibili e gli altri sono più che disponibili a perdonarci se ci percepiscono come sinceri. Poi ci sono quelli che si accaniranno, che non capiranno o non vorranno capire, ma se ritieni di aver fatto tutto quello che potevi allora direi che il problema è tutto loro.

Al centro delle scuse non ci siete voi e il vostro ego, ci sono gli altri. Le vostre scuse sono la dimostrazione che avete preso atto di aver ferito un’altra persona, e che non state solo cercando di riguadagnare il consenso degli altri.  

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Di cani usciti: ossia di quanto abbiamo bisogno di persone competenti in Rete https://www.carlottaborasio.it/2019/02/01/accademia-crusca-persone-competenti-rete/ https://www.carlottaborasio.it/2019/02/01/accademia-crusca-persone-competenti-rete/#respond Fri, 01 Feb 2019 15:51:01 +0000 http://carlottaborasio.it/?p=1076 Ecco l'ennesima polemica su cosa ha detto/non detto l'Accademia della Crusca.
Però qualcosa dal PetalosoGate è cambiato. Ed è grazie al fatto che l'Accademia della Crusca ha contrastato la faciloneria, il complottismo e l'indignazione sul suo stesso campo.
Abbiamo bisogno che le persone competenti parlino, spieghino, occupino spazi.

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Tra dicembre e gennaio mi sono presa una pausa da Internet. Niente digital detox o robe simili, semplicemente ero al mare, al mare non abbiamo internet e quindi, salvo la disponibilità di qualche wifi a scrocco per controllare le email, ho fatto a meno di Facebook, Instagram e SocialRobe.
Un po’, lo dico onestamente, mi ero stufata: troppe polemiche, ci si indigna per l’argomento del giorno, le opinioni o sono bianche o sono nere, chiunque parli d’altro o cerchi di approfondire viene sistematicamente ignorato. Complice anche l’algoritmo di Facebook che ti lascia davvero poca scelta.

Poi qualche giorno fa è scattata l’ennesima polemica contro l’Accademia della Crusca.

Dopo il PetalosoGate avevo davvero voglia di lanciare il modem fuori della finestra, perché dribblare i post contro l’Accademia e il vituperio della lingua italiana era praticamente impossibile.

Ma mentre ero lì che inveivo contro l’atteggiamento approssimativo dei giornalisti e la pigrizia della gente che se deve leggere più di tre righe va in palla mi sono soffermata sui commenti.

Se i post contro l’Accademia erano tanti, i commenti di utenti che spiegavano perché la polemica non ha senso erano quasi pari.

E non erano certo tutti di linguisti.
Insomma una bella differenza rispetto ai tempi di petaloso.
E qui c’è da fare una riflessione: forse è vero che c’è tanta gente che non ha voglia di approfondire, che non vuole sentire ragioni, che non ha nessuna intenzione di ammettere un errore. Però è un fatto che la comunicazione costante, approfondita, coraggiosa, tenace, puntuale dell’Accademia della Crusca sta portando i suoi frutti.
Perché oltre a fare il suo lavoro (di consulenza, di formazione, di ricerca), l’Accademia non si è trincerata in una torre d’avorio, ma si è spesa tramite i social media per arrivare alle persone.

Ed è questo di cui abbiamo una grande urgenza oggi:

le persone competenti e autorevoli devono imparare a comunicare e pretendere attenzione.

Soprattutto in quegli spazi dove i ciarlatani proliferano, il complottismo e la pigrizia imperano, ci si indigna a casaccio e per sport.
[Ciao Feisbuc, ciao].

Oltre al sito ufficiale dell’Accademia della Crusca, vi segnalo la pagina Facebook e il profilo di Vera Gheno che oltre a curare il profilo Twitter dell’Accademia dice cose molto interessanti su come comunichiamo in rete.

Un ciaone petaloso a tutti voi.

L'articolo Di cani usciti: ossia di quanto abbiamo bisogno di persone competenti in Rete proviene da Carlotta Borasio.

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Volevo prendere l’ascensore e invece ho incontrato il burocratese https://www.carlottaborasio.it/2019/01/16/ho-incontrato-il-burocratese/ https://www.carlottaborasio.it/2019/01/16/ho-incontrato-il-burocratese/#respond Wed, 16 Jan 2019 17:54:22 +0000 http://carlottaborasio.it/?p=1062 L'articolo Volevo prendere l’ascensore e invece ho incontrato il burocratese proviene da Carlotta Borasio.

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Immaginate una giornata d’inverno: siete tutti imbacuccati in giacconi, sciarpe, scarpe di pelo di mammuth. Avete borse della spesa appese alle mani, alle braccia, al collo tipo San Bernardo. Fa freddo, talmente freddo che sperate che l’ascensore sia al piano terra così da potervici tuffare sopra, fare i millemila piani per arrivare al portone di casa e chiudervi dentro fino a primavera.
Sperate invano. L’ascensore è disperso tra i piani e voi dovete aspettare. E mentre aspettate il vostro occhio cade sulla bacheca degli avvisi e trovate questo.

Cartello dell'amministratore di condominio
“Preghiamo i signori condomini che nel momento in cui procedono alla pulizia delle proprie cantine private di non abbandonare nelle parti comuni condominiali (corridoio) il materiale di risulta. Si ringrazia per l’attenzione.”
mde

“Preghiamo i signori condomini che nel momento in cui procedono alla pulizia delle proprie cantine private di non abbandonare nelle parti comuni condominiali (corridoio) il materiale di risulta. Si ringrazia per l’attenzione.”

Voi quanto ci avete messo a capire cosa voleva dire questo cartello?
Io ho dovuto rileggerlo due volte.
E fra una lettura e l’altra mi sono chiesta perché questa sintassi ingarbugliata (e scorretta!), questo linguaggio astruso, e questo tono inutilmente ampolloso e pedante.

Per dire cosa, poi? Di non mollare immondizia nei corridoi delle cantine.

Il perché di questo tono è molto semplice:
chi scrive così pensa di risultare più autorevole, anzi, più autoritario e formale.
Se faccio frasi lunghe (ben 27 parole senza una virgola), uso paroloni (il materiale di risulta) e dico che siamo “noi” (misteriosissimi) o non “io”, povero amministratore di condominio, a pregare di, allora ecco che la gente capisce che chi impartisce l’ordine mica scherza, che è “studiato”, che se non fate i bravi vi picchia col vocabolario.

È tipico del linguaggio burocratico e amministrativo, e in Italia fa grossi grossisimi danni.

Però chi scrive in burocratese/amministrativo questo messaggio dimentica che “comunicare” significa mettere in comune.

E chi scrive deve fare lo sforzo di andare a prendere il proprio destinatario su un sentiero accidentato, su cui lui magari si è fermato, rendendogli il viaggio più semplice possibile.
Tradotto: sei tu che devi farti capire e non io che devo lottare per capire cosa caspita vuoi dirmi.
Questo messaggio dice “guarda come sono importante” e invece dovrebbe dire “guarda: questa cosa è importante per te”.

E comunque un cartello così mi fa venire voglia di mollare le borse della spesa davanti all’ascensore, scendere in cantina, murarmici viva.
Ma non prima di aver lasciato il materiale di risulta (?) dei corridoi mie proprie cantine private.

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Le storie creano connessioni (e non sempre ci fanno stare comodi) https://www.carlottaborasio.it/2018/09/26/storie-creano-connessioni/ https://www.carlottaborasio.it/2018/09/26/storie-creano-connessioni/#respond Wed, 26 Sep 2018 08:58:59 +0000 http://carlottaborasio.it/?p=1009 L'articolo Le storie creano connessioni (e non sempre ci fanno stare comodi) proviene da Carlotta Borasio.

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Uno dei motivi per cui le storie sono importanti è perché ci spingono ad abbandonare le nostre scarpe per indossare quelle di qualcun altro e a metterci in viaggio.
Quando leggiamo (o guardiamo o ascoltiamo) ci abbandoniamo letteralmente a un altro mondo, a un’altra vita. Proviamo empatia. Anche simpatia, ma non è un requisito necessario per entrare nella storia.

A volte le storie ci connettono con realtà molto diverse dalla nostra, o che ci spiazzano, o che ci infastidiscono perché ci fanno entrare nei panni di qualcuno che è talmente diverso da noi, così estraneo, da cambiare la nostra percezione del mondo.

Per questo a volte le storie vengono rifiutate: come nel caso di questo utente che non voleva conoscere la storia di Malala perché si era fermata solo al velo che indossava.

È sempre interessante quando si propongono storie scomode, con personaggi brutti e cattivi (pensate a Breaking Bad) o peggio ancora con protagonisti che fanno sentire noi dalla parte del torto (pensate a Radici, dove i bianchi sono i veri nemici).

Oppure a renderci la vita difficile è il genere o il sesso dell’autore.
Con Las Vegas abbiamo pubblicato un western piuttosto atipico, con protagoniste femminili. Ve lo dico quanti uomini hanno rimesso giù il libro perché scritto da due donne? O preferite un antiacido?

Anche in pubblicità le storie possono spiazzarci con un messaggio che non ci aspetteremmo: mi viene in mente la pubblicità di Heineken con Nico Rosberg che… rifiuta di bere una birra.

O lo spot Ikea dove il protagonista è il figlio di due genitori separati.

Nelle storie si può cercare conferma e conforto, ma non deve essere necessariamente così.
Funziona, funziona raccontare storie scomode, fastidiose, che ci mettono in difficoltà, che ci spiazzano, che non ci dicono quello che vorremmo sentirci dire.

Raccontare la tua storia e quella del tuo prodotto ti connette con le persone, ma puoi farlo in tanti modi diversi: deve mettere in connessione te con il tuo pubblico e scegliere non è sempre semplice.

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Ma c’è davvero bisogno di essere social? https://www.carlottaborasio.it/2018/09/05/essere-social/ https://www.carlottaborasio.it/2018/09/05/essere-social/#respond Wed, 05 Sep 2018 09:00:07 +0000 http://carlottaborasio.it/?p=979 L'articolo Ma c’è davvero bisogno di essere social? proviene da Carlotta Borasio.

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I social media hanno invaso definitivamente le nostre vite, le hanno sconvolte, hanno cambiato il nostro modo di relazionarci con gli altri, con l’informazione, con le aziende. Non c’è più una pubblicità in cui non compaia uno smartphone con gente che ci paciocca sopra, pure se si tratta dello spot della carta igienica.

Eppure la domanda non è mica tanto scontata (soprattutto se te la fanno a un corso di social media robe. Mica puoi cacciarli urlando “PENTITI INFEDELE!”): ma siamo sicuri che dobbiamo proprio esserci su ‘sti SocialCosi?

Partiamo da un presupposto: i social media sono fantasticissimi per tanti motivi.
Ti permettono di restare in contatto con le persone (che ami, ma anche no, dipende da quanto sei masochista).
Ti permettono di fare comunella con altri appassionati di onomatopee giapponesi come te, che vivi in un paesino di 1200 abitanti dei quali 1199 non sanno nemmeno cos’è un’onomatopea. Il restante 1 non sa dov’è il Giappone.
Insomma se usati bene, se non ti fanno venire l’ansia perché la tua compagna di liceo si è già sposata e tu no, se non li usi solo per convertire laggente al tuo credo o in alternativa litigarci fortissimo, i social media sono un gran cosa.

Se poi hai un’attività, gioisci: non devi spendere mille miliardi di euro per dire in TV che l’offerta dura solo fino a domenica. Con i social puoi raccontare quello fai, raccontarlo bene, a tante persone potenzialmente interessate, e secondo me, anche in maniera piuttosto creativa.

Però.
Però se mi chiedono, magari con aria spaventata o peggio che mai di sufficienza se bisogna per forza esserci, ecco, la mia risposta è:

via GIPHY

Ci sono vari motivi per cui, anche se hai un’attività, è meglio se i social media li lasci perdere.

  1. Non hai tempo/voglia/risorse per seguirli, studiarteli, sperimentare, fare formazione, delegare. I social media sono gratis nel senso che non devi pagare per iscriverti. Per tutto il resto devi sbatterti. Sì, anche se decidi di delegare.
  2. Pensi che la concorrenza ti spii, di conseguenza non racconti nulla di quello che fai davvero, è solo una sequela di annunci da volantino del supermercato. Ci sono un sacco di cose che puoi raccontare del tuo lavoro, di quello che fai senza che questo ti renda copiabile e vulnerabile.
  3. Ti manca la curiosità, la voglia di sperimentare, di ascoltare. Pensi che il popolo del webbe sia una massa di caproni, che seguono solo le mode (e tu non sei fra quelle mode). Se tratti la gente con sufficienza, credimi, si vede.
  4. Hai tutti i clienti che ti servono. Hai raggiunto perfettamente il tuo target e non stai pensando di proporre nuovi prodotti o aprire un nuovo punto vendita. O il tuo target i social media non li usa. O non li usa per comprare quello che vendi tu.

Esserci perché ci sono gli altri significa esserci male, a strattoni, con pagine Facebook mezze abbandonate, che danno un’impressione di sciatteria totale: meglio compilare bene la propria pagina su Google Business, tenere aggiornati numeri di telefono e orari, e bon, finita lì.

Il mondo per fortuna è fatto di sfumature e può essere che tu non sappia esattamente se è il caso o no di esserci, se ce la puoi fare o no a gestire la tua presenza online. Insomma se hai un dubbio possiamo parlarne.

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